LA RIVOLUZIONE POPOLARE DI PORTO MAURIZIO

Nel 1804 il Senato della Repubblica Ligure mise un dazio sull'esportazione dell'olio che provocò una rivolta popolare a Porto Maurizio.
La documentazione per ricostruire questo fatto è quasi tutta concentrata nella filza n° 469 del fondo Repubblica Ligure e consiste principalmente negli atti delle indagini, contenenti gli interrogatori dei responsabili e dei testimoni, e in lettere e rapporti stilati dalle autorità competenti.
All'epoca della sommossa Porto Maurizio faceva parte amministrativamente della Giurisdizione degli Ulivi, che era estesa sul litorale da Mentone fino alla foce del torrente Varatella (tra Loano e Borghetto) e aveva come capoluogo Oneglia, dove risiedevano il provveditore, la giunta amministrativa e il tribunale civile e criminale.
La Giurisdizione degli Ulivi era suddivisa in dieci cantoni. La principale attività economica era ovviamente la coltura dell'ulivo.

-----------------------------Tutto il materiale ci è fornito gentilmente dall' amico ENRICO MERELLO (e.merello@libero.it)  --------------------------------

PRIMO CAPITOLO
LEGGE SUL DAZIO 24/07/1804
LEGGE SULL' IMPRESTITO COATTIVO
SECONDO CAPITOLO
TERZO CAPITOLO
QUARTO CAPITOLO
CONCLUSIONE

 
 
 
PRIMO CAPITOLO

La coltura dell' olivo

La Giurisdizione degli Ulivi e la legge dell'imposizione sull'olio.

a) attività economiche

La coltura dell'ulivo cominciò a prendere piede alla fine del XVI secolo, quando l'olio di oliva cominciò a occupare il posto del lardo e di altri grassi animali come sistema per condire i cibi e quindi ne aumentò la richiesta.
Nel '700 questa attività divenne un’importante fonte di reddito e di commercio per il Basso Ponente. L'esportazione dell'olio passava per lo più dal porto di Oneglia. La città fu scelta come sede da diversi commercianti stranieri grazie a numerose facilitazioni doganali e daziarie. Grazie a questi investimenti sorsero parecchie aziende per la lavorazione e il commercio dell'olio che nel XVIII secolo divenne il prodotto ligure più esportato.
L'olio di oliva era utilizzato oltre che per usi alimentari anche per impieghi industriali, come la fabbricazione del sapone.
Durante il XVIII secolo il suo prezzo ebbe un costante aumento che rese questa coltivazione molto redditizia spingendo gli agricoltori del Ponente a privilegiarne la coltura a scapito di quella della vite e degli agrumi.( il prezzo passò dalle 50-60 lire al barile intorno al 1770 alle 150-200 lire nel primo decennio dell'800.)
Verso il 1775 il Basso Ponente forniva 1/3 dell'intera produzione della Liguria, che era di circa 200.000 barili.
Fu in questo periodo che si diffuse la coltivazione a terrazze e aumentò la manodopera bracciantile a scapito delle tradizionali categorie coloniche.
La diffusione di questa coltura non fu però accompagnata da progressi tecnici adeguati e avvennero grossi fenomeni speculativi e i piccoli proprietari godettero in misura molto modesta dell'aumento del prezzo dell'olio.
Nella zona di Oneglia e Porto Maurizio questa coltivazione divenne in pratica una monocoltura al punto che rappresentava il 71% dell'intera produzione agricola.
Chiaramente l'economia della zona era condizionata da un solo prodotto, e una variazione di prezzo oppure l'introduzione di una nuova gabella avrebbe avuto un grosso impatto sull'apparato economico della zona.

b) La legge

Nel 1804 la situazione finanziaria della Repubblica Ligure era così disastrosa da indurre il governo a ricorrere ad ogni possibile mezzo per far quadrare il bilancio.
La legge in questione fu promulgata il 24 Luglio 1804 e stabiliva un dazio di esportazione all'estero dell'olio in tre lire a barile.

c) conseguenze della legge

Nel Ponente ligure dove la coltura dell'ulivo rappresentava da sola la maggior parte della produzione agricola ed occupava la maggior parte della manodopera un dazio sull'esportazione dell'olio non avrebbe potuto certo essere ben accolto.
Un documento intitolato "Riflessioni sul sistema daziario della Repubblica Ligure dirette specialmente agli abitanti della Riviera di Ponente", stampato a Monaco in mille copie distribuite a Porto Maurizio durante la sommossa, può essere illuminante sul pensiero di coloro che si rivoltarono contro la gabella.
Il testo afferma che il Cantone di Porto Maurizio sotto il vecchio regime era convenzionato con Genova fin dal 1200 con un contributo di trentamila lire all'anno ed era esentato da ogni dazio, che ogni comune poteva imporre gabelle per i propri bisogni e che l'amministrazione delle tasse era più regolare ed efficiente.
Con l'avvento della Repubblica Ligure secondo l'autore dello scritto tutto il peso delle imposte finiva per gravare sulla Giurisdizione degli Ulivi.
Il testo tenta poi di analizzare i riflessi che le principali gabelle avevano sull'economia locale e prende in esame le imposte sul grano e sul vino, sulle carni, sul trapasso dei beni, sul territorio e sulla carta bollata. Secondo l'autore la Giurisdizione degli Ulivi sopportava una tassazione esorbitante e vessatoria, oltre che anticostituzionale.
Dopo aver cercato di individuare il sistema fiscale più conveniente per la Liguria il testo prosegue col tentativo di calcolare le entrate che lo stato avrebbe ricavato dalle principali gabelle, stimate in circa 12 milioni giudicati più che sufficienti per bilanciare le spese correnti.
Il documento si conclude col quadro del bilancio del cantone di Porto Maurizio per dimostrarne il forte passivo.
La tassa sull'olio ebbe difatti forti riflessi sul prezzo di questo prodotto, assestato sulle 85-86 il barile prima dell'entrata in vigore della gabella, che salì a 93-96 lire a Settembre e continuò ad aumentare nei mesi successivi fino a superare nettamente le cento lire a barile.

< vanni a-a toua di argomenti >
 

Legge sul dazio del 24/07/1804

La " Gazzetta Nazionale della Liguria " , a quel tempo organo ufficioso del governo , scriveva così : " I pesi ond' è gravata la Repubblica e gli urgenti bisogni dello stato  hanno obbligato il Senato a cercare una risorsa ne' prodotti del paese e per renderla meno gravosa ai nazionali si è stabilito un dazio di esportazione all' estero dell' olio il quale è fissato in lire 3 a barile . "
Questo era il testo integrale della legge :

"IL SENATO
considerando che nelle attuali circostanze i redditi della Repubblica sono notabilmente diminuiti , e le spese si sono aumentate , onde si rende necessario il supplire alla mancanza con nuove risorse .
Considerando che in diversi punti della Repubblica esiste un'ineguale imposizione nazionale sugli olj nostrali , che passano all' estero .
Considerando che il governo deve eguagliare per quanto possibile le imposizioni e scegliere quelle che meno pesano sui cittadini .
Inteso il rapporto del magistrato delle finanze .
Visto l' Art.6 della Legge Organ. delle finanze col concorso di due terzi de' voti 
DECRETA
I
Gli olj nati nel Territorio della Repubblica e che saranno estratti da detto Territorio 
tanto per via di mare , che di terra ,
sono imposti di lire 3 , moneta di grida , a barile da rubbi 7 e mezzo .
II
E' compresa in questa qualunque altra imposizione nazionale sull' estrazione di detti olj
esistente prima della pubblicazione della presente legge , meno il pedaggio .
III
Il prodotto di questa imposizione forma una delle basi
sopra delle quali è assicurata la restituzione dell' imprestito coativo diviso in varie classi ,
che è per decretarsi dal Senato.
IV
Questa imposizione dura per anni 3 da cominciare dal giorno 
che verrà dichiarato dal Magistrato delle Finanze .
V
I contravventori caderanno nella pena della confisca dell' Oljo ,
che non avrà pagata detta imnposizione , e di più dovranno pagare in numerario 
una somma che corrisponda al valore di detto Oljo ,per la quale multa pecuniaria 
restano specialmente ipotecatifino all' intiero pagamento le Bestie
e i Bastimenti sopra de' quali detti Olj saranno caricati .
L'olio confiscato e le dette multe competeranno 
per un terzo al denunciante ,che sarà tenuto segreto ,
per un terzo agli esecutori delle Finanze e
per l' altro terzo alla Cassa Nazionale .
In mancanza di denunciante ,
li due terzi sono devoluti alla Cassa Nazionale .
VI
Il Magistrato delle Finanze è autorizzato 
a determinare i mezzi di percepire la detta imposizione e 
ad estendere e pubblicare quei regolamenti che stimerà opportuni 
e ne deputa gli esattori .
VII
Riguardo agli Olj procedenti dall' estero e ,
tanto già introdotti nel Territorio della Repubblica ,
quanto che vi s' introducessero in appresso ,
restano in vigore i dazj e i regolamenti già stabiliti 


DURAZZO doge
LANZOLA  segr. gen.
< vanni a-a toua di argomenti >
Legge sull'imprestito coattivo

Come indica l'art.III questa nuova imposta era strettamente collegata alla legge sul prestito coattivo , emanata dal Senato il 27 Luglio 1804 . Eccone il testo tratto dalla " Gazzetta Nazionale della Liguria"  dell' 11 Agosto 1804 .

"Il SENATO ,
udito il rapporto del Magistrato delle Finanze ,
e penetrato della necessità di accorrere ,
anche con mezzi straordinari ,
ai bisogni della Cassa nazionale 
per compiere al pubblico servizio ,
delibera il seguente progetto di legge :


E' levato un prestito coattivo sopra tutti i possidenti dello Stato in ragione di Lira una e mezza a migliaio sull' attuale catastro.
II
Altro prestito coattivo è pure levato sopra gli affittuarj dei magazzeni di Porto franco e Dogana del Centro
e sopra dei proprietarj dei detti magazzeni che li tenessero per loro conto
ed è ragguagliato alla meta di quella rispettiva annua pigione ,
che per ciaschedun magazzino si pagava alla Banca S.Giorgio .
Sono compresi in questo prestito anche gli affittuarj o proprietarj , come sopra ,
dei magazzeni esistenti in Darsena ,
in ragguaglio della metà di pigione che pagano ,o che pagherebbero se fossero affittati ,
salvo il disposto nel seguente articolo V .

III
Altro prestito coattivo è ugualmente levato sopra gli altri negozianti all' ingrosso del centro , 
non aventi magazzino , o magazzino nè in Portofranco, nè in Dogana , nè in Darsena ,
eguale ad un'annata del fitto del rispettivo loro scagno , a volta fuori di casa :
il prestito corrisponderà alla metà del fitto vero o peritato della casa di propria abitazione .

IV
Sotto nome de negozianti s'intendono ancora le Dite , o Ragioni di Commercio , che comprendono più individui ,
e riguardo a questo ,se si dovrà il presitto ragguagliato alla metà pigione della casa di abitazione ,
si considererà unicamente il fitto della casa , ove esiste lo scagno della Ragione .

V
Il prestito di ciascun negoziante , o Dita ,
ragguagliato sulle pigioni degli scagni , o volte fuori di casa , o delle pigioni di casa , per quelli che hanno scagno  o volta in casa ,
non potrà eccedere anche per tutte insieme le dette pigioni ,
la somma di lire Cinquecento .

VI
E' imposto anche altro prestito coattivo di lire Cento indistintamente 
a carico dei negozianti tutti fuori della Centrale ,
i quali hanno scrittojo , magazzino , o magazzino in casa , attigui o separati ,
ed esercitano il commercio non unicamente a minuto ;
con dichiarazione che coloro , i quali hanno casa di negozio in più luoghi ,
sono obbligati al presente prestito in ognuno de' luoghi rispettivi .

VII
Tutti i suddetti pagamenti saranno intieramente eseguiti 
entro lo spazio di giorni Quindici da quello della pubblicazione della presente Legge ne' Capiluoghi dei rispettivi Cantoni ,
ed in caso di ritardo si procederà alle solite esecuzioni , o pignorazioni contro i renitenti ,
in tutto come si pratica co' debitori della nazione .

VIII
Per la restituzione di detti prestiti coattivi è principalmente destinato 
il prodotto dell'imposizione sugli Olj nazionali , cha passano all'estero ,
stabilita con deliberazione del 24 Luglio p.p 
ed in sussidio l'introito delle Dogane e Portofranco .
A questo oggetto il prodotto della nuova imposizione sull'asportazione degli Olj ,
sarà versato nella Tesoreria  di S. Giorgio
e ne sarà tenuto conto a parte .(...)

< vanni a-a toua di argomenti >
SECONDO CAPITOLO

a) Il malcontento nei giorni precedenti la sommossa

La rivolta che divampò a Porto Maurizio il 15-15 Agosto 1804 non fu una fiammata improvvisa ma fu preceduta da un crescente malcontento.
Il 28 Luglio fu pubblicata sui giornali genovesi la notizia dell’imposta sull’esportazione dell’olio e quando questa giunse a Porto Maurizio si diffuse un generale malumore soprattutto tra i possidenti e i commercianti che temevano che ciò avrebbe diminuito il valore di questo prodotto, e forse c’era qualcuno che cercava di buttare benzina sul fuoco nella speranza di essere annessi alla Francia come l’autore dell’opuscolo “Riflessioni sul sistema daziario della Repubblica Ligure” ed altri ancora . Il primo Agosto molti commercianti chiusero i loro magazzini per protestare contro la nuova tassa. Il presidente della municipalità Giobatta Gandolfo fu incaricato dal provveditore della Giurisdizione degli Ulivi, Giuseppe de Ambrosis, di convincerli a riaprirli ma essi rifiutarono affermando di tenerli chiusi per prudenza e promettendo di riaprirli quando fosse stato necessario rifornirsi d’olio . La serrata forse avrebbe avuto lo scopo di fare altri proseliti tra coloro che lavoravano nel settore . Siccome ciò cominciava ad allarmare la popolazione, il Provveditore si recò a Porto Maurizio per convincere i negozianti a riaprire i magazzini ma ricevette risposta negativa, gli fu solo assicurato che non sarebbe stato turbato l’ordine pubblico. Nei giorni successivi tuttavia qualche negozio riaprì . Il Provveditore scrisse una lettera al commissario generale di polizia di Genova per manifestargli il timore che la gabella potesse causare dei disordini, in particolare a Porto Maurizio, e per chiedere uno sgravio per la Giurisdizione degli Ulivi, affinché l’imposta non danneggiasse il commercio dell’olio con la Francia. Il 3 Agosto la municipalità del cantone decise di mandare una delegazione di tre persone da inviare a Genova per esporre al governo le proprie ragioni sulla nuova tassa, ma senza risultato . Il 6 Agosto il consiglio comunale di Porto Maurizio creò un’altra ambasciata di due persone affinché presentasse un ricorso al governo . Intanto si sparsero voci circa ulteriori imposte, forse create ad arte per aumentare l’agitazione.
Quando ricevette l’ordine di far pubblicare la legge relativa alla tassa sull’esportazione dell’olio ed un’altra circa un prestito coattivo , il provveditore , che aveva già informato il governo sul clima che si respirava a Porto Maurizio, scrisse il 13 Agosto tre lettere; con la prima avvertì il presidente della municipalità dell’ordine di pubblicare le due leggi, esortandolo a servirsi del distaccamento ligure se fosse stato necessario, con la seconda chiese al comandante delle truppe francesi di stanza nella zona, Jaquemet, di appoggiare la forza pubblica in caso di disordini e con la terza esortò il tenente della gendarmeria Perelli di coadiuvare con le sue truppe il presidente della municipalità affinché consentisse la regolare pubblicazione delle leggi , a comunicare l’ordine al sottotenente Pianelli e a consultarsi col presidente , però queste disposizioni non vennero osservate correttamente perché risultò che sia l’ufficiale francese che quello ligure non hanno ricevuto istruzioni dal presidente.

b) La sommossa

Il 14 Agosto fu il giorno in cui esplosero le tensioni accumulate nei giorni precedenti . Al mattino l’usciere Filippo Giribaldi si recò in Piazza della Sorà su ordine del presidente della municipalità per rendere pubbliche le due leggi, e la trovò più affollata del normale. Gli si avvicinarono 
diverse persone ed una di queste gli strappò le leggi di mano che furono poi stracciate . Subito dopo accorse il tenente Perelli con 2-3 gendarmi ma furono disarmati e costretti a rifugiarsi presso la truppa francese, da cui l’ufficiale uscì soltanto nel pomeriggio per recarsi a Oneglia e raccontare l’accaduto al provveditore. Intervenne il sottotenente Pianelli con un gendarme ma furono fischiati dalla folla, circondati, e mentre l’ufficiale riuscì a fuggire il gendarme fu scaraventato a terra, disarmato e infine soccorso da due soldati francesi e trasportato presso il loro corpo di guardia.
Secondo il presidente della municipalità l’episodio è stato causato da alcuni insulti rivolti dai gendarmi alla folla . Intanto nella piazza vari commercianti incitavano la popolazione a rivoltarsi contro le tasse, dichiarando che avrebbero preferito obbedire alla legge di Napoleone . Un altro gruppo di persone entrò nella parrocchia e iniziò a suonare le campane a distesa, nonostante gli appelli del parroco a smettere, e ci volle per questo l’intervento del presidente . Andò peggio ad un funzionario delle gabelle in economato, il tenente Gaetano Varsi. Un gruppo di persone invase il suo ufficio per dirgli che gli conveniva andarsene, ma mentre si stava dirigendo verso Oneglia fu preso a sassate da alcuni ragazzi, e quando giunse a destinazione dovette farsi medicare . Questo fatto creò un certo allarme tra la popolazione di Oneglia al punto da far chiudere i negozi, ma lì la tensione calò rapidamente per l’impegno delle autorità e della popolazione . Quando la notizia del tumulto giunse alla marina di Porto Maurizio, 
dove si trovava l’ufficio delle finanze in appalto, l’esattore Paolo Rey e i due commessi chiusero l’ufficio e si diressero verso Oneglia , ma furono anch’essi fatti oggetto di sassate e riportarono ferite leggere . Sempre durante la mattinata un tal Flaminio Acquarone mandò a dire al capo del gozzo e ai guardiani della gabella grano e vino di andarsene verso Oneglia a bordo dell’imbarcazione ma il capo del gozzo, Giobatta Brichetto rispose che avrebbe lasciato Porto Maurizio soltanto dietro ordini superiori . Intanto il presidente della municipalità fu indotto a convocare il 
consiglio e mandò un usciere per avvisare i membri. Che tornò subito indietro perché gli fu richiesto dalla folla di pubblicare l’ordine di chiudere le botteghe. Il presidente gli rinnovò la richiesta di convocare il consiglio e Flaminio Acquarone si offrì di accompagnarlo per evitargli incidenti.
Intanto molta gente si raccolse nella casa municipale, e fu deliberata la convocazione dei capifamiglia nella Chiesa Nuova nel pomeriggio. Siccome la moltitudine aumentava il presidente la esortò alla calma e a nominare qualche deputato in caso fossero sollevate delle domande. Fu eletta una delegazione di cinque persone che domandò al consiglio di richiedere al governo di non imporre tasse senza l’approvazione della Consulta Nazionale, che fosse rispettata la costituzione e che si mandassero dei deputati a Parigi . Verso mezzogiorno si presentarono dal provveditore a Oneglia il presidente di quella municipalità e alcuni consiglieri per esporre il loro timore che l’insurrezione prendesse piede nelle vallate interne 
dato che era giunta voce che da Dolcedo e Prelà stava scendendo molta gente verso la foce del torrente Impero . Il provveditore ordinò al capitano francese Mangin di inviare tutta la truppa disponibile a Porto Maurizio . Nel pomeriggio si pensò di usare la campana per convocare i capi 
famiglia e per questo alcuni dimostranti si fecero aprire la porta della chiesa e cominciarono a suonare. Per convocare i capi famiglia cercarono invano di coinvolgere il tamburino del cantone . Nel pomeriggio si riunì il consiglio al quale parteciparono i deputati che a nome dei capi famiglia chiesero che presidente e consiglio partecipassero alla riunione nella chiesa nuova, ma il presidente rispose che ciò era illegale, allora i deputati chiesero che partecipassero come testimoni, e così fecero per evitare ulteriori disordini invitando anche il comandante della truppa francese.
Nella chiesa nuova dove era riunita molta gente il presidente esortò a non creare disordini e aggiunse che in ogni caso tale adunanza non era 
legale e che si trovava lì per evitare guai peggiori . Prese poi la parola Carlo Rambaldi chiedendo che fosse letta la costituzione e la legge organica del governo, poi propose che quest’ultimo facesse osservare la costituzione, che fossero sospese tutte le imposte fino all’installazione della Consulta Nazionale e che in caso queste richieste non fossero accolte di mandare un’ambasciata presso Napoleone. Intervenne poi il presidente per ammonire tutti a rispettare le leggi. Le suddette proposte furono approvate per acclamazione. In quello stesso pomeriggio ripresero le ostilità contro il gozzo e i guardiani della gabella grano e vino cosicché il capo del gozzo Giobatta Brichetto salpò verso Oneglia . A Porto Maurizio si cercò di coinvolgere nella ribellione gli abitanti  dell’interno mandando una persona a portare nei borghi di Caramagna , Morteo e Montegrosso dei biglietti anonimi che contenevano l’invito per i capi famiglia residenti in quelle località di recarsi a Porto Maurizio il giorno seguente e altri biglietti analoghi furono portati a Dolcedo, Civezza, Torazza e altri paesi . Bisogna far notare che la rabbia popolare non era diretta contro i francesi che anzi erano talvolta applauditi . Il giorno successivo, il 15 Agosto si celebrava una festa con fiera alla Madonna dei Piani, vicino a Porto Maurizio e i partecipanti, molti dei quali venuti dai paesi vicini si scambiarono notizie sui fatti del giorno prima, ciò indusse a mandare delle deputazioni al presidente della municipalità . I primi a farlo furono i deputati di Dolcedo che gli domandarono di fare petizione al governo per una più equa ripartizione delle tasse , seguiti da una delegazione di Moltedo e Montegrosso che chiesero l’abolizione della tassa sull’esportazione dell’olio. Nel pomeriggio il presidente ricevette la visita del consiglio comunale di Torrazza che si disse disposto a pagare in maniera più proporzionata e chiese che le imposte fossero stabilite dalla Consulta Nazionale. Dal circondario di Caramagna, Cantalupo e Ricci arrivarono ventotto persone che 
domandarono anch’esse l’abolizione della tassa sull’esportazione  dell’olio ed una più equa ripartizione delle imposte e si dichiararono disposte a stare alle leggi della repubblica a patto che le imposizioni fossero proporzionate ai bisogni dello stato e che si rendesse conto del bilancio di quest’ultimo. L’ultima delegazione fu quella di Civezza che avevano un foglio contenente le richieste di rispettare la costituzione, di sospendere le 
tasse ritenute incostituzionali, di rendere pubblici i conti dello stato e casomai di presentare ricorso a Bonaparte . Il presidente ascoltò tutte queste richieste ma disse a tutti che non poteva accoglierle perché considerava tali deputazioni elette illegalmente . Negli altri comuni del cantone pur contestando la nuova tassa non avvennero disordini tipo quelli accaduti a Porto Maurizio, soltanto a  Dolcedo il suono della campana a martello richiamò una folla nella piazza principale ma cessò poco dopo per l’intervento dell’agente comunale Giacomo Orengo. Si riunì quindi il consiglio comunale dove fu proposto di autotassarsi per sostenere finanziariamente la repubblica purché non entrasse in vigore la tassa sull’olio. Questa richiesta sarebbe dovuta arrivare al provveditore attraverso il presidente della municipalità. Il 14 Agosto si sparsero voci di ulteriori nuove tasse, come quella sul sale che allarmò la gente al punto che le scorte si esaurirono rapidamente e fu necessario rassicurare la popolazione con un proclama . A quanto pare negli altri comuni del cantone non è successo niente nonostante che anche lì ci sia stato chi abbia cercato di indurre la 
popolazione alla rivolta . Per quanto riguarda quello scritto riferito nel precedente capitolo, le copie stampate giunsero a Porto Maurizio probabilmente il 14 Agosto. Il  giorno dopo venne tolta da ogni copia l’ultima pagina contenente il bilancio del cantone di Porto Maurizio e venne distribuita ai deputati e agli abitanti dei comuni vicini venuti in città pensando che sarebbe stato in grado di eccitare gli animi . Pare che l’autore dello scritto fosse Nicolò Giribaldi,che in precedenza era stato commissario del governo e che in quel momento faceva parte del consiglio comunale. Il 16 Agosto mentre le manifestazioni popolari andavano scemando il provveditore scrisse al commissario generale di polizia per informarlo che venivano diffuse voci sfavorevoli al governo da parte di persone introdottesi in Oneglia per sobillare la popolazione .  Verso le dieci del mattino arrivò al provveditore il verbale di altri raduni tenuti a Porto Maurizio e inoltre il presidente della municipalità lo informò della buona condotta degli abitanti di Dolcedo e anche di aver messo sentinelle all’ufficio dei finanzieri e dell’esattore.

c) Il ristabilimento dell’ordine

Tra il 17 Agosto e il 1° Settembre autorità e forze dell’ordine erano impegnate nello spegnere ogni focolaio di insurrezione . Il 17 Agosto il provveditore ordinò al capitano Mangin di presidiare con la sua truppa campanili, carceri e batterie. Verso le 10 del mattino giunsero a Porto Maurizio due compagnie francesi e il capo battaglione Jaquemet. Il provveditore ordinò al presidente della municipalità di preparare alloggi per duemila persone. Il comandante Jaquemet ricevette istruzione dal provveditore di  mantenere l’ordine, di far portare rispetto al governo e di rimettere in attività la truppa ligure . Sempre nello stesso giorno il provveditore ricevette una lettera dal presidente della municipalità che lo avvisava dell’intenzione di alcuni  consiglieri di inviare un’ambasciata presso di lui ma nonostante la sua approvazione l’incontro non ebbe luogo.
Il 18 Agosto il capo battaglione Jaquemet avvisò il provveditore dell’arrivo di altre due compagnie e della necessità di provvedere al loro alloggio. Inoltre gli segnalò una situazione di quiete . Nello stesso giorno il tenente Perelli consegnò al provveditore un libello trovato esposto sulla piazza volto ad eccitare l’odio verso Genova e dopo che fu insultato un gendarme furono istituite delle pattuglie per far rispettare l’ordine. 
Il consiglio comunale creò una delegazione incaricata di presentarsi presso qualsiasi autorità ligure e francese per cercare di migliorare le condizioni degli abitanti del cantone . Intanto si continuavano a segnalare voci ingiuriose contro il governo ligure e gli esattori delle tasse . 
Il 22 Agosto il presidente della municipalità, su ordine del governo, fece rimettere in servizio gli agenti delle finanze. 
Il 23 Agosto arrivarono altre quattro compagnie francesi. 
Il 25 Agosto si riunì il consiglio comunale che revocò l’ambasciata del giorno 18 ed incaricò gli stessi deputati di presentarsi al Senato, al Magistrato Supremo, e ad altre magistrature della Repubblica per esprimere il loro rispetto verso il governo e al contempo la situazione infelice del cantone gravato da troppe tasse. Intanto il provveditore scrisse una lettera al capitano Pedemonte nella  quale indicava una lista di persone da arrestare e inviare a Oneglia. 
Il 26 Agosto si procedette ai suddetti arresti .
Il 27 Agosto furono pubblicate le due leggi che hanno causato la rivolta. 
Negli ultimi giorni di Agosto il provveditore inviò a Genova un rapporto su quanto accaduto a Porto Maurizio che però fu giudicato incompleto dalle autorità e così il 1° settembre il Magistrato Supremo incaricò l’avvocato Ottavio Semenzi di indagare più a fondo su quanto accaduto.
In quel giorno fu presentato al provveditore un rapporto del capitano Pedemonte in cui erano indicati i nomi di coloro che avevano ingiuriato 
e percosso i gendarmi.

< vanni a-a toua di argomenti >

TERZO CAPITOLO

Le indagini e la sentenza (pt 1)

L’avvocato Semenzi una volta nominato Procuratore Generale ricevette mandato di collaborare col provveditore e col commissario generale di polizia.

a) le deposizioni dei testimoni a Porto Maurizio

Il 5 settembre nel convento dei Padri Francescani di Porto Maurizio cominciarono gli interrogatori dei testimoni e degli indiziati. Le prime deposizioni giunsero dai due uscieri della municipalità Filippo Giribaldi e Francesco Garengo, il primo dei quali riferì quanto accaduto durante la fase iniziale della sommossa, seguite da quella del tamburino del cantone Pietro Demaggi. Nel pomeriggio giunse all’avvocato Semenzi una lettera da Monaco col verbale relativo alla stampa ivi impressa .
Il giorno successivo, dopo la breve testimonianza del sarto Antonio Caprile furono ascoltati il parroco Alessandro Brugna e il chierico Tommaso Corradi che ricostruirono quanto successo nella chiesa parrocchiale, in particolare l’episodio del suono della campana a martello, e il gendarme Giuseppe Maria Pianelli che rievocò l’aggressione subita. L’agente comunale Giacomo Orengo raccontò i fatti accaduti a Dolcedo. Alla fine degli interrogatori pervenne all’avvocato Semenzi una lettera da Monaco con annesso l’originale della già citata stampa.
Il 7 Settembre si proseguirono le indagini sui fatti avvenuti in seguito alla gabella negli altri comuni del cantone di Porto Maurizio ascoltando via via le deposizioni di Giobatta Anselmo, agente comunale di Caramagna, Cantalupo e Ricci, di Domenico Anselmo, membro del consiglio di Morteo e Montegrosso, di Giobatta Lagorio e di Giobatta Bracco, agente comunale di Torrazza. Dopo che fu ascoltato il becchino Giuseppe Palese fu la volta dell’ex presidente della municipalità Giobatta Gandolfo che raccontò la parte che ebbe in quegli avvenimenti.
In relazione a quanto emerso dagli interrogatori fu ordinato al capitano Pedemonte di arrestare Giacomo Peirano, impiegato nella bottega di Giobatta Varese .
Il giorno successivo le indagini proseguirono nella canonica della parrocchia di Porto Maurizio. Brigida Gerbolini, nipote del parroco di Porto Maurizio che raccontò di come i manifestanti si fossero impossessati delle chiavi della chiesa, poi furono sentiti Stefano Airenta di Dolcedo e Tommaso Ferrari; nel mezzo dei loro interrogatori fu ricevuta una lettera del consiglio comunale di Dolcedo insieme al quadro del bilancio del cantone di Porto Maurizio.

Il giorno dopo furono ascoltati Filippo Pauletti e Gerolamo Straforello.

Il 10 Settembre dopo Michele Piatti, pubblico pesatore del comune di Porto Maurizio, deposero Giulio e Domenico Anselmo, Giacomo Gassano, agente comunale di Montegrosso, i fratelli commercianti Giuseppe e Pietro Corsamiglia alle cui dipendenze lavorava il presunto autore del libello stampato a Monaco, e Giobatta Bensa. Poi fu portato dinanzi all’avvocato Semenzi Giuseppe Acquarone, da poco arrestato, che confessò in seguito di essersi impossessato delle chiavi della chiesa allo scopo di suonare la campana a martello.

Il giorno successivo fu la volta del capo del gozzo delle finanze, Giobatta Brichetto, che raccontò i fatti che lo indussero a fuggire a Oneglia, poi fu ancora ascoltato Gerolamo Straforello seguito da Maurizio Elena e Antonio Dulbecco, poi fu riascoltato l’usciere Filippo Giribaldi seguito da Giobatta Lupi, Leonardo Guasco e Giuseppe Salvo.

Il 12 Settembre ci fu la deposizione di Gaetano Varsi, anch’egli costretto a Fuggire verso Oneglia, seguita da quelle di Giuseppe Tomante guardiano del gozzo della finanza, di Franco Aido e Leonardo Bensa, commessi delle finanze e di Antonio Costa, garzone del gozzo delle finanze. Nel pomeriggio fu la volta di Pietro Angeli, Silvestro Riccardi e del commerciante Giuseppe Peretti che aveva aggiunto altre righe su molte stampe.

Il 13 furono interrogate Maddalena Dulbecco e Angela Filippi poi fu la volta di Francesco Vassallo, magazziniere del sale a Porto Maurizio e Oneglia, e dell’ex segretario della municipalità Bartolomeo Piatti.
Il giorno dopo toccò a Vincenzo Lupi, Giobatta Bensa, Tommaso Boero, Pietro Doria, agente comunale di Civezza, Giuseppe Ricca, i fratelli Nicodemo e Nicolò Paietto, Gerolamo Ricca, Marco Allegro del consiglio comunale di Civezza e infine Giuseppe Sasso.

Il 15 Settembre dopo le testimonianze di Nicolò Amoretti e Caterina Calzia l’avvocato Semenzi dispose l’arresto di Giuseppe Gastaldi, di Giobatta da Prelà, di Nicolò Giribaldi e di Vincenzo Ferrari.

Il 17 settembre si concluse la prima fase dell’inchiesta nell’ufficio del Provveditore a Oneglia dove vennero ascoltati Benedetto Crovetto, Pietro Semeria e Giacomo Giordano, capitano della cantoneria in Oneglia.

b) Le deposizioni degli arrestati in carcere a Genova

Le persone arrestate, 6 commercianti, 3 calzolai, due marinai, un agente di commercio, uno scritturale e un facchino, furono condotte nel Palazzo Nazionale a Genova dove il 27 Settembre ripresero gli interrogatori che si protrassero fino al 5 Ottobre .
Carlo Rambaldi fu accusato di aver eccitato il popolo contro le gabelle, accusa da lui respinta così come negò di aver chiesto la lettura della costituzione durante l’assemblea nella chiesa nuova, come invece risultava dal verbale della stessa, e affermò che a fare tale richiesta fu Gerolamo Corradi. Affermò anche che volle tenere chiusi i magazzini per prudenza, affinché al loro interno non si spargessero voci contro la gabella e negò di aver rassicurato il provveditore che non si sarebbe turbato l’ordine pubblico anche se in una lettera dello stesso provveditore risultava il contrario.
Filippo Carli era accusato di essere stato tra i più accesi contestatori degli esattori delle gabelle, di aver arringato la folla dopo il discorso del presidente e di essere stato tra quelli che erano entrati in casa di Gaetano Varsi per dirgli di lasciare Porto Maurizio. Su quest’ultimo punto Carli disse di essere intervenuto solo per rimproverare i ragazzi presenti e per il resto negò ogni accusa .
A Bernardo Daleoso fu addebitato di aver intimato al guardiani delle finanze di lasciare la città, di aver incitato coloro che si trovavano alla marina a unirsi alla protesta, di aver aggredito un gendarme e infine di aver aizzato dei ragazzi contro i guardiani del gozzo delle finanze. Egli ammise la prima imputazione pur negando di aver agito su commissione di Flaminio Acquarone ma respinse le altre accuse.
Flaminio Acquarone fu accusato oltre che di aver eccitato il popolo contro le gabelle di aver partecipato all’invasione della casa comunale, di aver chiesto a Daleoso di intimare ai guardiani delle finanze di andarsene e di aver scritto dei biglietti che invitavano gli abitanti dei comuni limitrofi a recarsi a Porto Maurizio per unirsi alla protesta. Egli ammise di aver dichiarato la gabella incostituzionale e dannosa per l’economia locale ma negò di aver aizzato la folla e non ricordò di essere entrato nella casa municipale pur ammettendo il colloquio con Bernardo Daleoso e di aver scritto i biglietti d’invito pur se forzatamente.
Anche su Giuseppe Giribaldi gravava l’accusa di essere stato tra quelli che in mezzo alla piazza gridavano contro le gabelle ma egli ammise soltanto di essere passato di lì senza essersi fermato. 

Leonardo Straforello partecipò come deputato al consiglio e alla riunione nella chiesa senza risultare in qualche modo eletto tranne che nella deposizione di Carlo Rambaldi. Straforello disse di non sapere che coloro ai quali si era unito erano deputati e negò di aver partecipato al consiglio nel pomeriggio; egli confessò di essere intervenuto a titolo personale alla riunione nella chiesa nuova e di essersi trovato nella piazza ma non nel momento dell’elezione dei deputati. Egli disse anche di aver tenuto chiuso il suo magazzino e di aver persistito nella sua decisione pur essendo disposto a riaprirlo in caso di bisogno.
Guglielmo Gastaldi raccontò di essersi recato in piazza perché avvisato da Giobatta Varese che rischiava di esserci trascinato a forza, disse di aver inizialmente rifiutato l’elezione a deputato e di aver accettato per timore. Negò di aver invitato il presidente e il consiglio ad intervenire nella chiesa nuova e rivendicò il merito di essere stato l’unico a tenere aperto il magazzino.
Giobatta Varese ammise di aver tenuto un discorso in piazza contro la gabella ma senza l’intenzione di sobillare la folla, di essersi presentato di mattina al consiglio e alla riunione nella chiesa come deputato ma non di essere comparso davanti al consiglio dopopranzo. Per quanto riguarda la chiusura del magazzino disse che stava aspettando una risposta dai corrispondenti e sulle stampe disse di averne ricevute 120 e di averle distribuite tra i suoi conoscenti.
Girolamo Corradi ammise di aver parlato contro la gabella per cercare di contenere la rabbia popolare, negò di aver dato tre stampe a Marco Allegro e, accusato di aver dettato ad alcuni abitanti di Civezza i quattro propositi da presentare al presidente ammise di aver dettato solo le prime tre: Egli affermò anche di aver chiuso il magazzino per evitare discorsi contro la nuova tassa al suo interno e di aver persistito nel suo atteggiamento nella convinzione di agevolare l’accoglimento dei ricorsi inoltrati al governo e negò di aver dato garanzie al Provveditore sul mantenimento dell’ordine pubblico.

Altre quattro persone vennero accusate di aver percosso il gendarme Giuseppe Maria Pianelli ma respinsero ogni addebito.
Giuseppe Acquarone confessò di essersi fatto consegnare le chiavi della chiesa per suonare la campana a martello. 

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QUARTO CAPITOLO

c) Gli accusati a piede libero

Anche altre persone oltre a quelle arrestate furono accusate di sobillazione contro la gabella . 
Giobatta Straforello fu accusato da Gaetano Varsi di aver guidato coloro che, entrati nella sua abitazione gli intimarono di andarsene . 
Giuseppe Corsamiglia fu indicato in un rapporto segreto come uno dei capi dell’assembramento nella Piazza della Sorà durante l’aggressione all’usciere . 
Guglielmo Gazzano fu indicato dal Varsi tra coloro che stazionarono davanti alla sua abitazione .
Nicolò Amoretti venne accusato dall’usciere Filippo Giribaldi di avergli strappato di mano la tromba e di averlo minacciato di percuoterlo con essa ,  ma durante l’interrogatorio negò ogni addebito . 
Giuseppe Palese ammise di aver suonato la campana a martello su richiesta di Vincenzo Ferrari.
Tommaso Boero e Giacomo de Maurizi vennero indicati dal gendarme Pianelli tra coloro che lo percossero, anche se il primo respinse l’accusa.

d) Le accuse mosse ai latitanti

Vincenzo Ferrari, Giacomo Peirano e Giuseppe Gastaldi, sui quali pendeva un mandato di arresto, risultarono poi latitanti . 
Vincenzo Ferrari fu accusato dall’usciere Filippo Giribaldi di avergli strappato di mano le leggi al momento della pubblicazione, dal parroco Alessandro Brugna di avergli risposto sgarbatamente dopo che questi era accorso per far cessare il suono della campana a martello e da Giuseppe Palese di aver detto ai becchini di suonare la suddetta campana . 
Giacomo Peirano fu indicato da Giobatta Corrado come colui che spedì biglietti d’invito anonimi nei comuni limitrofi anche se Giobatta  Varese non li riconobbe come scritti da lui . 
Giuseppe Gastaldi era accusato di essere salito sul campanile, aver minacciato il parroco per avere le chiavi della chiesa per poter  suonare la campana, di aver chiesto a Maurizio Elena di suonare detta campana e forse di aver chiesto all’usciere Francesco Garengo di annunciare la chiusura delle botteghe.

e) Considerazioni su indagini e indagati

Una sintesi di quanto emerso nel corso delle indagini possiamo trovarla nel rapporto che l’avvocato Semenzi fece pervenire alle supreme autorità della Repubblica Ligure, dove venivano rimarcate le difficoltà incontrate nel tentativo di ricostruire i fatti di Porto Maurizio dovuto all’interesse di alcuni a nascondere la verità, all’intreccio di rapporti di parentela e di lavoro e al timore di ritorsioni . Un aspetto interessante risulta essere l’età media delle persone coinvolte in questi moti, infatti metà degli arrestati aveva un’età compresa tra 38 e 55 anni.

f) Le indagini sul libello stampato a Monaco

L’autore di questo libello si suppose fosse Nicolò Giribaldi anche se coloro che lo indicarono come tale lo affermarono per sentito dire .
I fratelli Corsamiglia, datori di lavoro del Giribaldi affermarono che egli era scomparso il primo settembre e che non sapevano dove potesse 
trovarsi . E’ interessante notare che delle tre lettere scritte dal giudice di Mentone al generale De Giovanni la seconda, nella quale era fatto il 
suo nome, non arrivò mai a destinazione per cui si può supporre che sia stata intercettata e che abbia causato la sua fuga, contemporanea allo 
smarrimento della lettera . La persona che portò a stampare il manoscritto fu identificata in Giobatta da Prelà, che durante la sommossa ha distribuito l’ultima pagina del libello, quella col bilancio del cantone di Porto Maurizio . Gerolamo Straforello disse che il commerciante Giuseppe Peretti aggiunse su una delle stampe quattro righe manoscritte, copiate da altre stampe presenti nel magazzino.

g) L’operato delle autorità

L’operato delle autorità è giudicato nel rapporto dell’avvocato Semenzi . Il consiglio convocato il 14 Agosto non avrebbe agito ne bene ne male, 
a parte qualche membro che avrebbe avuto una parte nei tumulti . Il presidente della municipalità non risultò esatto osservatore degli ordini del Provveditore durante la pubblicazione delle leggi, infatti l’ufficiale francese nel suo rapporto attribuisce la sua inazione al mancato ricevimento di ordini, che il presidente giustificò dicendo che non aveva la sensazione di imminenti disordini e che inseguito gli sembrava di avere forze insufficienti. Per il resto il suo operato fu ritenuto corretto.

h) La popolazione e i Francesi

Abbiamo visto come non vi fu alcuna ostilità da parte della popolazione nei confronti delle truppe francesi che, da parte loro, evitarono atti  che potessero indispettire i rivoltosi visto che in quel periodo l’annessione della Liguria alla Francia era considerata molto probabile e che molti di loro erano favorevoli a Napoleone e perciò non sembrava il caso di inimicarsi eventuali futuri membri del loro stesso stato . 

i) La sentenza

Il 3 Novembre il Magistrato Supremo con un atto di clemenza decretò la scarcerazione delle persone arrestate per aver preso parte alla rivolta 
del 14 Agosto . A farlo decidere in tal senso fu la lieve entità dei danni a persone e  proprietà e forse anche il fatto che la maggior parte dei coinvolti erano rispettabili cittadini di una certa età non certo usi a simili  manifestazioni. Oltre a ciò influì senz’altro anche il particolare momento storico che vedeva la Repubblica Ligure prossima ad essere annessa all’Impero Francese.

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CONCLUSIONE

Può venire istintivo chiedersi perché la rivolta sia rimasta circoscritta alla sola città Porto Maurizio, probabilmente ciò era dovuto al fatto che era un centro di esportazione dell’olio e si può capire che ad essere maggiormente colpiti dalla tassa erano i commercianti che non a caso furono i principali promotori e artefici del tumulto. Dato che serpeggiava la sensazioni di essere vessati sul  piano fiscale quella tassa venne considerata come la goccia che fece  traboccare il vaso visto che colpiva la più fiorente attività economica della zona. 
Da segnalare il fatto che non si siano stati gravi episodi di violenza anzi si è tentato di ricalcare le forme della legalità mantenendo vivo 
il dialogo con le autorità sia locali che statali .  Al malumore verso le autorità liguri faceva da contraltare la benevolenza un po’ ingenua verso la Francia e Napoleone dovuta alle nuove idee scaturite dalla Rivoluzione, e forse ci fu chi cercò di approfittare della situazione per eccitare gli animi a favore dell’annessione alla Francia.
Il mancato intervento delle truppe francesi fu dovuto all’esigenza di non attirarsi l’ostilità della popolazione in un momento delicato e anche la sentenza ha risentito di quel particolare clima politico perché sarebbe stato impossibile emettere condanne per aver invocato l’intervento napoleonico visto che da lì a poco la Repubblica Ligure avrebbe cessato di esistere e comunque era già sotto stretto controllo francese.

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Materiale tratto , con gentile concessione , Dalla Tesi di Laurea di ENRICO MERELLO (e.merello@libero.it)