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PRIMO
CAPITOLO
La
coltura dell' olivo
La Giurisdizione degli Ulivi e la legge
dell'imposizione sull'olio.
a) attività economiche
La coltura dell'ulivo cominciò
a prendere piede alla fine del XVI secolo, quando l'olio di oliva cominciò
a occupare il posto del lardo e di altri grassi animali come sistema per
condire i cibi e quindi ne aumentò la richiesta.
Nel '700 questa attività divenne
un’importante fonte di reddito e di commercio per il Basso Ponente. L'esportazione
dell'olio passava per lo più dal porto di Oneglia. La città
fu scelta come sede da diversi commercianti stranieri grazie a numerose
facilitazioni doganali e daziarie. Grazie a questi investimenti sorsero
parecchie aziende per la lavorazione e il commercio dell'olio che nel XVIII
secolo divenne il prodotto ligure più esportato.
L'olio di oliva era utilizzato oltre
che per usi alimentari anche per impieghi industriali, come la fabbricazione
del sapone.
Durante il XVIII secolo il suo prezzo
ebbe un costante aumento che rese questa coltivazione molto redditizia
spingendo gli agricoltori del Ponente a privilegiarne la coltura a scapito
di quella della vite e degli agrumi.( il prezzo passò dalle 50-60
lire al barile intorno al 1770 alle 150-200 lire nel primo decennio dell'800.)
Verso il 1775 il Basso Ponente forniva
1/3 dell'intera produzione della Liguria, che era di circa 200.000 barili.
Fu in questo periodo che si diffuse
la coltivazione a terrazze e aumentò la manodopera bracciantile
a scapito delle tradizionali categorie coloniche.
La diffusione di questa coltura non
fu però accompagnata da progressi tecnici adeguati e avvennero grossi
fenomeni speculativi e i piccoli proprietari godettero in misura molto
modesta dell'aumento del prezzo dell'olio.
Nella zona di Oneglia e Porto Maurizio
questa coltivazione divenne in pratica una monocoltura al punto che rappresentava
il 71% dell'intera produzione agricola.
Chiaramente l'economia della zona era
condizionata da un solo prodotto, e una variazione di prezzo oppure l'introduzione
di una nuova gabella avrebbe avuto un grosso impatto sull'apparato economico
della zona.
b) La legge
Nel 1804 la situazione finanziaria della
Repubblica Ligure era così disastrosa da indurre il governo a ricorrere
ad ogni possibile mezzo per far quadrare il bilancio.
La legge in questione fu promulgata
il 24 Luglio 1804 e stabiliva un dazio di esportazione all'estero dell'olio
in tre lire a barile.
c) conseguenze della legge
Nel Ponente ligure dove la coltura dell'ulivo
rappresentava da sola la maggior parte della produzione agricola ed occupava
la maggior parte della manodopera un dazio sull'esportazione dell'olio
non avrebbe potuto certo essere ben accolto.
Un documento intitolato "Riflessioni
sul sistema daziario della Repubblica Ligure dirette specialmente agli
abitanti della Riviera di Ponente", stampato a Monaco in mille copie distribuite
a Porto Maurizio durante la sommossa, può essere illuminante sul
pensiero di coloro che si rivoltarono contro la gabella.
Il testo afferma che il Cantone di
Porto Maurizio sotto il vecchio regime era convenzionato con Genova fin
dal 1200 con un contributo di trentamila lire all'anno ed era esentato
da ogni dazio, che ogni comune poteva imporre gabelle per i propri bisogni
e che l'amministrazione delle tasse era più regolare ed efficiente.
Con l'avvento della Repubblica Ligure
secondo l'autore dello scritto tutto il peso delle imposte finiva per gravare
sulla Giurisdizione degli Ulivi.
Il testo tenta poi di analizzare i
riflessi che le principali gabelle avevano sull'economia locale e prende
in esame le imposte sul grano e sul vino, sulle carni, sul trapasso dei
beni, sul territorio e sulla carta bollata. Secondo l'autore la Giurisdizione
degli Ulivi sopportava una tassazione esorbitante e vessatoria, oltre che
anticostituzionale.
Dopo aver cercato di individuare il
sistema fiscale più conveniente per la Liguria il testo prosegue
col tentativo di calcolare le entrate che lo stato avrebbe ricavato dalle
principali gabelle, stimate in circa 12 milioni giudicati più che
sufficienti per bilanciare le spese correnti.
Il documento si conclude col quadro
del bilancio del cantone di Porto Maurizio per dimostrarne il forte passivo.
La tassa sull'olio ebbe difatti forti
riflessi sul prezzo di questo prodotto, assestato sulle 85-86 il barile
prima dell'entrata in vigore della gabella, che salì a 93-96 lire
a Settembre e continuò ad aumentare nei mesi successivi fino a superare
nettamente le cento lire a barile.
< vanni a-a toua
di argomenti >
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Legge
sul dazio del 24/07/1804
La " Gazzetta
Nazionale della Liguria " , a quel tempo organo ufficioso del governo ,
scriveva così : " I pesi ond' è gravata la Repubblica e gli
urgenti bisogni dello stato hanno obbligato il Senato a cercare una
risorsa ne' prodotti del paese e per renderla meno gravosa ai nazionali
si è stabilito un dazio di esportazione all' estero dell' olio il
quale è fissato in lire 3 a barile . "
Questo era il
testo integrale della legge :
"IL SENATO
considerando
che nelle attuali circostanze i redditi della Repubblica sono notabilmente
diminuiti , e le spese si sono aumentate , onde si rende necessario il
supplire alla mancanza con nuove risorse .
Considerando
che in diversi punti della Repubblica esiste un'ineguale imposizione nazionale
sugli olj nostrali , che passano all' estero .
Considerando
che il governo deve eguagliare per quanto possibile le imposizioni e scegliere
quelle che meno pesano sui cittadini .
Inteso il rapporto
del magistrato delle finanze .
Visto l' Art.6
della Legge Organ. delle finanze col concorso di due terzi de' voti
DECRETA
I
Gli olj nati
nel Territorio della Repubblica e che saranno estratti da detto Territorio
tanto per via
di mare , che di terra ,
sono imposti
di lire 3 , moneta di grida , a barile da rubbi 7 e mezzo .
II
E' compresa in
questa qualunque altra imposizione nazionale sull' estrazione di detti
olj
esistente prima
della pubblicazione della presente legge , meno il pedaggio .
III
Il prodotto di questa imposizione forma
una delle basi
sopra delle quali è assicurata
la restituzione dell' imprestito coativo diviso in varie classi ,
che è per decretarsi dal Senato.
IV
Questa imposizione dura per anni 3
da cominciare dal giorno
che verrà dichiarato dal Magistrato
delle Finanze .
V
I contravventori caderanno nella pena
della confisca dell' Oljo ,
che non avrà pagata detta imnposizione
, e di più dovranno pagare in numerario
una somma che corrisponda al valore
di detto Oljo ,per la quale multa pecuniaria
restano specialmente ipotecatifino
all' intiero pagamento le Bestie
e i Bastimenti sopra de' quali detti
Olj saranno caricati .
L'olio confiscato e le dette multe
competeranno
per un terzo al denunciante ,che sarà
tenuto segreto ,
per un terzo agli esecutori delle Finanze
e
per l' altro terzo alla Cassa Nazionale
.
In mancanza di denunciante ,
li due terzi sono devoluti alla Cassa
Nazionale .
VI
Il Magistrato delle Finanze è
autorizzato
a determinare i mezzi di percepire
la detta imposizione e
ad estendere e pubblicare quei regolamenti
che stimerà opportuni
e ne deputa gli esattori .
VII
Riguardo agli Olj procedenti dall'
estero e ,
tanto già introdotti nel Territorio
della Repubblica ,
quanto che vi s' introducessero in
appresso ,
restano in vigore i dazj e i regolamenti
già stabiliti
DURAZZO doge
LANZOLA segr. gen.
< vanni a-a toua di
argomenti > |
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Legge
sull'imprestito coattivo
Come indica l'art.III
questa nuova imposta era strettamente collegata alla legge sul prestito
coattivo , emanata dal Senato il 27 Luglio 1804 . Eccone il testo tratto
dalla " Gazzetta Nazionale della Liguria" dell' 11 Agosto 1804 .
"Il SENATO ,
udito il rapporto
del Magistrato delle Finanze ,
e penetrato della
necessità di accorrere ,
anche con mezzi
straordinari ,
ai bisogni della
Cassa nazionale
per compiere
al pubblico servizio ,
delibera il seguente
progetto di legge :
I
E' levato un
prestito coattivo sopra tutti i possidenti dello Stato in ragione di Lira
una e mezza a migliaio sull' attuale catastro.
II
Altro prestito
coattivo è pure levato sopra gli affittuarj dei magazzeni di Porto
franco e Dogana del Centro
e sopra dei proprietarj
dei detti magazzeni che li tenessero per loro conto
ed è ragguagliato
alla meta di quella rispettiva annua pigione ,
che per ciaschedun
magazzino si pagava alla Banca S.Giorgio .
Sono compresi
in questo prestito anche gli affittuarj o proprietarj , come sopra ,
dei magazzeni
esistenti in Darsena ,
in ragguaglio
della metà di pigione che pagano ,o che pagherebbero se fossero
affittati ,
salvo il disposto
nel seguente articolo V .
III
Altro prestito
coattivo è ugualmente levato sopra gli altri negozianti all' ingrosso
del centro ,
non aventi magazzino
, o magazzino nè in Portofranco, nè in Dogana , nè
in Darsena ,
eguale ad un'annata
del fitto del rispettivo loro scagno , a volta fuori di casa :
il prestito corrisponderà
alla metà del fitto vero o peritato della casa di propria abitazione
.
IV
Sotto nome de
negozianti s'intendono ancora le Dite , o Ragioni di Commercio , che comprendono
più individui ,
e riguardo a
questo ,se si dovrà il presitto ragguagliato alla metà pigione
della casa di abitazione ,
si considererà
unicamente il fitto della casa , ove esiste lo scagno della Ragione .
V
Il prestito di
ciascun negoziante , o Dita ,
ragguagliato
sulle pigioni degli scagni , o volte fuori di casa , o delle pigioni di
casa , per quelli che hanno scagno o volta in casa ,
non potrà
eccedere anche per tutte insieme le dette pigioni ,
la somma di lire
Cinquecento .
VI
E' imposto anche
altro prestito coattivo di lire Cento indistintamente
a carico dei
negozianti tutti fuori della Centrale ,
i quali hanno
scrittojo , magazzino , o magazzino in casa , attigui o separati ,
ed esercitano
il commercio non unicamente a minuto ;
con dichiarazione
che coloro , i quali hanno casa di negozio in più luoghi ,
sono obbligati
al presente prestito in ognuno de' luoghi rispettivi .
VII
Tutti i suddetti
pagamenti saranno intieramente eseguiti
entro lo spazio
di giorni Quindici da quello della pubblicazione della presente Legge ne'
Capiluoghi dei rispettivi Cantoni ,
ed in caso di
ritardo si procederà alle solite esecuzioni , o pignorazioni contro
i renitenti ,
in tutto come
si pratica co' debitori della nazione .
VIII
Per la restituzione
di detti prestiti coattivi è principalmente destinato
il prodotto dell'imposizione
sugli Olj nazionali , cha passano all'estero ,
stabilita con
deliberazione del 24 Luglio p.p
ed in sussidio
l'introito delle Dogane e Portofranco .
A questo oggetto
il prodotto della nuova imposizione sull'asportazione degli Olj ,
sarà versato
nella Tesoreria di S. Giorgio
e ne sarà
tenuto conto a parte .(...)
< vanni a-a toua di
argomenti > |
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SECONDO
CAPITOLO
a) Il malcontento nei giorni precedenti
la sommossa
La rivolta che divampò a Porto
Maurizio il 15-15 Agosto 1804 non fu una fiammata improvvisa ma fu preceduta
da un crescente malcontento.
Il 28 Luglio fu pubblicata sui giornali
genovesi la notizia dell’imposta sull’esportazione dell’olio e quando questa
giunse a Porto Maurizio si diffuse un generale malumore soprattutto tra
i possidenti e i commercianti che temevano che ciò avrebbe diminuito
il valore di questo prodotto, e forse c’era qualcuno che cercava di buttare
benzina sul fuoco nella speranza di essere annessi alla Francia come l’autore
dell’opuscolo “Riflessioni sul sistema daziario della Repubblica Ligure”
ed altri ancora . Il primo Agosto molti commercianti chiusero i loro magazzini
per protestare contro la nuova tassa. Il presidente della municipalità
Giobatta Gandolfo fu incaricato dal provveditore della Giurisdizione degli
Ulivi, Giuseppe de Ambrosis, di convincerli a riaprirli ma essi rifiutarono
affermando di tenerli chiusi per prudenza e promettendo di riaprirli quando
fosse stato necessario rifornirsi d’olio . La serrata forse avrebbe avuto
lo scopo di fare altri proseliti tra coloro che lavoravano nel settore
. Siccome ciò cominciava ad allarmare la popolazione, il Provveditore
si recò a Porto Maurizio per convincere i negozianti a riaprire
i magazzini ma ricevette risposta negativa, gli fu solo assicurato che
non sarebbe stato turbato l’ordine pubblico. Nei giorni successivi tuttavia
qualche negozio riaprì . Il Provveditore scrisse una lettera al
commissario generale di polizia di Genova per manifestargli il timore che
la gabella potesse causare dei disordini, in particolare a Porto Maurizio,
e per chiedere uno sgravio per la Giurisdizione degli Ulivi, affinché
l’imposta non danneggiasse il commercio dell’olio con la Francia. Il 3
Agosto la municipalità del cantone decise di mandare una delegazione
di tre persone da inviare a Genova per esporre al governo le proprie ragioni
sulla nuova tassa, ma senza risultato . Il 6 Agosto il consiglio comunale
di Porto Maurizio creò un’altra ambasciata di due persone affinché
presentasse un ricorso al governo . Intanto si sparsero voci circa ulteriori
imposte, forse create ad arte per aumentare l’agitazione.
Quando ricevette l’ordine di far pubblicare
la legge relativa alla tassa sull’esportazione dell’olio ed un’altra circa
un prestito coattivo , il provveditore , che aveva già informato
il governo sul clima che si respirava a Porto Maurizio, scrisse il 13 Agosto
tre lettere; con la prima avvertì il presidente della municipalità
dell’ordine di pubblicare le due leggi, esortandolo a servirsi del distaccamento
ligure se fosse stato necessario, con la seconda chiese al comandante delle
truppe francesi di stanza nella zona, Jaquemet, di appoggiare la forza
pubblica in caso di disordini e con la terza esortò il tenente della
gendarmeria Perelli di coadiuvare con le sue truppe il presidente della
municipalità affinché consentisse la regolare pubblicazione
delle leggi , a comunicare l’ordine al sottotenente Pianelli e a consultarsi
col presidente , però queste disposizioni non vennero osservate
correttamente perché risultò che sia l’ufficiale francese
che quello ligure non hanno ricevuto istruzioni dal presidente.
b) La sommossa
Il 14 Agosto fu il giorno in cui esplosero
le tensioni accumulate nei giorni precedenti . Al mattino l’usciere Filippo
Giribaldi si recò in Piazza della Sorà su ordine del presidente
della municipalità per rendere pubbliche le due leggi, e la trovò
più affollata del normale. Gli si avvicinarono
diverse persone ed una di queste gli
strappò le leggi di mano che furono poi stracciate . Subito dopo
accorse il tenente Perelli con 2-3 gendarmi ma furono disarmati e costretti
a rifugiarsi presso la truppa francese, da cui l’ufficiale uscì
soltanto nel pomeriggio per recarsi a Oneglia e raccontare l’accaduto al
provveditore. Intervenne il sottotenente Pianelli con un gendarme ma furono
fischiati dalla folla, circondati, e mentre l’ufficiale riuscì a
fuggire il gendarme fu scaraventato a terra, disarmato e infine soccorso
da due soldati francesi e trasportato presso il loro corpo di guardia.
Secondo il presidente della municipalità
l’episodio è stato causato da alcuni insulti rivolti dai gendarmi
alla folla . Intanto nella piazza vari commercianti incitavano la popolazione
a rivoltarsi contro le tasse, dichiarando che avrebbero preferito obbedire
alla legge di Napoleone . Un altro gruppo di persone entrò nella
parrocchia e iniziò a suonare le campane a distesa, nonostante gli
appelli del parroco a smettere, e ci volle per questo l’intervento del
presidente . Andò peggio ad un funzionario delle gabelle in economato,
il tenente Gaetano Varsi. Un gruppo di persone invase il suo ufficio per
dirgli che gli conveniva andarsene, ma mentre si stava dirigendo verso
Oneglia fu preso a sassate da alcuni ragazzi, e quando giunse a destinazione
dovette farsi medicare . Questo fatto creò un certo allarme tra
la popolazione di Oneglia al punto da far chiudere i negozi, ma lì
la tensione calò rapidamente per l’impegno delle autorità
e della popolazione . Quando la notizia del tumulto giunse alla marina
di Porto Maurizio,
dove si trovava l’ufficio delle finanze
in appalto, l’esattore Paolo Rey e i due commessi chiusero l’ufficio e
si diressero verso Oneglia , ma furono anch’essi fatti oggetto di sassate
e riportarono ferite leggere . Sempre durante la mattinata un tal Flaminio
Acquarone mandò a dire al capo del gozzo e ai guardiani della gabella
grano e vino di andarsene verso Oneglia a bordo dell’imbarcazione ma il
capo del gozzo, Giobatta Brichetto rispose che avrebbe lasciato Porto Maurizio
soltanto dietro ordini superiori . Intanto il presidente della municipalità
fu indotto a convocare il
consiglio e mandò un usciere
per avvisare i membri. Che tornò subito indietro perché gli
fu richiesto dalla folla di pubblicare l’ordine di chiudere le botteghe.
Il presidente gli rinnovò la richiesta di convocare il consiglio
e Flaminio Acquarone si offrì di accompagnarlo per evitargli incidenti.
Intanto molta gente si raccolse nella
casa municipale, e fu deliberata la convocazione dei capifamiglia nella
Chiesa Nuova nel pomeriggio. Siccome la moltitudine aumentava il presidente
la esortò alla calma e a nominare qualche deputato in caso fossero
sollevate delle domande. Fu eletta una delegazione di cinque persone che
domandò al consiglio di richiedere al governo di non imporre tasse
senza l’approvazione della Consulta Nazionale, che fosse rispettata la
costituzione e che si mandassero dei deputati a Parigi . Verso mezzogiorno
si presentarono dal provveditore a Oneglia il presidente di quella municipalità
e alcuni consiglieri per esporre il loro timore che l’insurrezione prendesse
piede nelle vallate interne
dato che era giunta voce che da Dolcedo
e Prelà stava scendendo molta gente verso la foce del torrente Impero
. Il provveditore ordinò al capitano francese Mangin di inviare
tutta la truppa disponibile a Porto Maurizio . Nel pomeriggio si pensò
di usare la campana per convocare i capi
famiglia e per questo alcuni dimostranti
si fecero aprire la porta della chiesa e cominciarono a suonare. Per convocare
i capi famiglia cercarono invano di coinvolgere il tamburino del cantone
. Nel pomeriggio si riunì il consiglio al quale parteciparono i
deputati che a nome dei capi famiglia chiesero che presidente e consiglio
partecipassero alla riunione nella chiesa nuova, ma il presidente rispose
che ciò era illegale, allora i deputati chiesero che partecipassero
come testimoni, e così fecero per evitare ulteriori disordini invitando
anche il comandante della truppa francese.
Nella chiesa nuova dove era riunita
molta gente il presidente esortò a non creare disordini e aggiunse
che in ogni caso tale adunanza non era
legale e che si trovava lì per
evitare guai peggiori . Prese poi la parola Carlo Rambaldi chiedendo che
fosse letta la costituzione e la legge organica del governo, poi propose
che quest’ultimo facesse osservare la costituzione, che fossero sospese
tutte le imposte fino all’installazione della Consulta Nazionale e che
in caso queste richieste non fossero accolte di mandare un’ambasciata presso
Napoleone. Intervenne poi il presidente per ammonire tutti a rispettare
le leggi. Le suddette proposte furono approvate per acclamazione. In quello
stesso pomeriggio ripresero le ostilità contro il gozzo e i guardiani
della gabella grano e vino cosicché il capo del gozzo Giobatta Brichetto
salpò verso Oneglia . A Porto Maurizio si cercò di coinvolgere
nella ribellione gli abitanti dell’interno mandando una persona a
portare nei borghi di Caramagna , Morteo e Montegrosso dei biglietti anonimi
che contenevano l’invito per i capi famiglia residenti in quelle località
di recarsi a Porto Maurizio il giorno seguente e altri biglietti analoghi
furono portati a Dolcedo, Civezza, Torazza e altri paesi . Bisogna far
notare che la rabbia popolare non era diretta contro i francesi che anzi
erano talvolta applauditi . Il giorno successivo, il 15 Agosto si celebrava
una festa con fiera alla Madonna dei Piani, vicino a Porto Maurizio e i
partecipanti, molti dei quali venuti dai paesi vicini si scambiarono notizie
sui fatti del giorno prima, ciò indusse a mandare delle deputazioni
al presidente della municipalità . I primi a farlo furono i deputati
di Dolcedo che gli domandarono di fare petizione al governo per una più
equa ripartizione delle tasse , seguiti da una delegazione di Moltedo e
Montegrosso che chiesero l’abolizione della tassa sull’esportazione dell’olio.
Nel pomeriggio il presidente ricevette la visita del consiglio comunale
di Torrazza che si disse disposto a pagare in maniera più proporzionata
e chiese che le imposte fossero stabilite dalla Consulta Nazionale. Dal
circondario di Caramagna, Cantalupo e Ricci arrivarono ventotto persone
che
domandarono anch’esse l’abolizione
della tassa sull’esportazione dell’olio ed una più equa ripartizione
delle imposte e si dichiararono disposte a stare alle leggi della repubblica
a patto che le imposizioni fossero proporzionate ai bisogni dello stato
e che si rendesse conto del bilancio di quest’ultimo. L’ultima delegazione
fu quella di Civezza che avevano un foglio contenente le richieste di rispettare
la costituzione, di sospendere le
tasse ritenute incostituzionali, di
rendere pubblici i conti dello stato e casomai di presentare ricorso a
Bonaparte . Il presidente ascoltò tutte queste richieste ma disse
a tutti che non poteva accoglierle perché considerava tali deputazioni
elette illegalmente . Negli altri comuni del cantone pur contestando la
nuova tassa non avvennero disordini tipo quelli accaduti a Porto Maurizio,
soltanto a Dolcedo il suono della campana a martello richiamò
una folla nella piazza principale ma cessò poco dopo per l’intervento
dell’agente comunale Giacomo Orengo. Si riunì quindi il consiglio
comunale dove fu proposto di autotassarsi per sostenere finanziariamente
la repubblica purché non entrasse in vigore la tassa sull’olio.
Questa richiesta sarebbe dovuta arrivare al provveditore attraverso il
presidente della municipalità. Il 14 Agosto si sparsero voci di
ulteriori nuove tasse, come quella sul sale che allarmò la gente
al punto che le scorte si esaurirono rapidamente e fu necessario rassicurare
la popolazione con un proclama . A quanto pare negli altri comuni del cantone
non è successo niente nonostante che anche lì ci sia stato
chi abbia cercato di indurre la
popolazione alla rivolta . Per quanto
riguarda quello scritto riferito nel precedente capitolo, le copie stampate
giunsero a Porto Maurizio probabilmente il 14 Agosto. Il giorno dopo
venne tolta da ogni copia l’ultima pagina contenente il bilancio del cantone
di Porto Maurizio e venne distribuita ai deputati e agli abitanti dei comuni
vicini venuti in città pensando che sarebbe stato in grado di eccitare
gli animi . Pare che l’autore dello scritto fosse Nicolò Giribaldi,che
in precedenza era stato commissario del governo e che in quel momento faceva
parte del consiglio comunale. Il 16 Agosto mentre le manifestazioni popolari
andavano scemando il provveditore scrisse al commissario generale di polizia
per informarlo che venivano diffuse voci sfavorevoli al governo da parte
di persone introdottesi in Oneglia per sobillare la popolazione .
Verso le dieci del mattino arrivò al provveditore il verbale di
altri raduni tenuti a Porto Maurizio e inoltre il presidente della municipalità
lo informò della buona condotta degli abitanti di Dolcedo e anche
di aver messo sentinelle all’ufficio dei finanzieri e dell’esattore.
c) Il ristabilimento dell’ordine
Tra il 17 Agosto e il 1° Settembre
autorità e forze dell’ordine erano impegnate nello spegnere ogni
focolaio di insurrezione . Il 17 Agosto il provveditore ordinò al
capitano Mangin di presidiare con la sua truppa campanili, carceri e batterie.
Verso le 10 del mattino giunsero a Porto Maurizio due compagnie francesi
e il capo battaglione Jaquemet. Il provveditore ordinò al presidente
della municipalità di preparare alloggi per duemila persone. Il
comandante Jaquemet ricevette istruzione dal provveditore di mantenere
l’ordine, di far portare rispetto al governo e di rimettere in attività
la truppa ligure . Sempre nello stesso giorno il provveditore ricevette
una lettera dal presidente della municipalità che lo avvisava dell’intenzione
di alcuni consiglieri di inviare un’ambasciata presso di lui ma nonostante
la sua approvazione l’incontro non ebbe luogo.
Il 18 Agosto il capo battaglione Jaquemet
avvisò il provveditore dell’arrivo di altre due compagnie e della
necessità di provvedere al loro alloggio. Inoltre gli segnalò
una situazione di quiete . Nello stesso giorno il tenente Perelli consegnò
al provveditore un libello trovato esposto sulla piazza volto ad eccitare
l’odio verso Genova e dopo che fu insultato un gendarme furono istituite
delle pattuglie per far rispettare l’ordine.
Il consiglio comunale creò una
delegazione incaricata di presentarsi presso qualsiasi autorità
ligure e francese per cercare di migliorare le condizioni degli abitanti
del cantone . Intanto si continuavano a segnalare voci ingiuriose contro
il governo ligure e gli esattori delle tasse .
Il 22 Agosto il presidente della municipalità,
su ordine del governo, fece rimettere in servizio gli agenti delle finanze.
Il 23 Agosto arrivarono altre quattro
compagnie francesi.
Il 25 Agosto si riunì il consiglio
comunale che revocò l’ambasciata del giorno 18 ed incaricò
gli stessi deputati di presentarsi al Senato, al Magistrato Supremo, e
ad altre magistrature della Repubblica per esprimere il loro rispetto verso
il governo e al contempo la situazione infelice del cantone gravato da
troppe tasse. Intanto il provveditore scrisse una lettera al capitano Pedemonte
nella quale indicava una lista di persone da arrestare e inviare
a Oneglia.
Il 26 Agosto si procedette ai suddetti
arresti .
Il 27 Agosto furono pubblicate le due
leggi che hanno causato la rivolta.
Negli ultimi giorni di Agosto il provveditore
inviò a Genova un rapporto su quanto accaduto a Porto Maurizio che
però fu giudicato incompleto dalle autorità e così
il 1° settembre il Magistrato Supremo incaricò l’avvocato Ottavio
Semenzi di indagare più a fondo su quanto accaduto.
In quel giorno fu presentato al provveditore
un rapporto del capitano Pedemonte in cui erano indicati i nomi di coloro
che avevano ingiuriato
e percosso i gendarmi.
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TERZO
CAPITOLO
Le indagini e
la sentenza (pt 1)
L’avvocato Semenzi
una volta nominato Procuratore Generale ricevette mandato di collaborare
col provveditore e col commissario generale di polizia.
a) le deposizioni
dei testimoni a Porto Maurizio
Il 5 settembre
nel convento dei Padri Francescani di Porto Maurizio cominciarono gli interrogatori
dei testimoni e degli indiziati. Le prime deposizioni giunsero dai due
uscieri della municipalità Filippo Giribaldi e Francesco Garengo,
il primo dei quali riferì quanto accaduto durante la fase iniziale
della sommossa, seguite da quella del tamburino del cantone Pietro Demaggi.
Nel pomeriggio giunse all’avvocato Semenzi una lettera da Monaco col verbale
relativo alla stampa ivi impressa .
Il giorno successivo,
dopo la breve testimonianza del sarto Antonio Caprile furono ascoltati
il parroco Alessandro Brugna e il chierico Tommaso Corradi che ricostruirono
quanto successo nella chiesa parrocchiale, in particolare l’episodio del
suono della campana a martello, e il gendarme Giuseppe Maria Pianelli che
rievocò l’aggressione subita. L’agente comunale Giacomo Orengo raccontò
i fatti accaduti a Dolcedo. Alla fine degli interrogatori pervenne all’avvocato
Semenzi una lettera da Monaco con annesso l’originale della già
citata stampa.
Il 7 Settembre
si proseguirono le indagini sui fatti avvenuti in seguito alla gabella
negli altri comuni del cantone di Porto Maurizio ascoltando via via le
deposizioni di Giobatta Anselmo, agente comunale di Caramagna, Cantalupo
e Ricci, di Domenico Anselmo, membro del consiglio di Morteo e Montegrosso,
di Giobatta Lagorio e di Giobatta Bracco, agente comunale di Torrazza.
Dopo che fu ascoltato il becchino Giuseppe Palese fu la volta dell’ex presidente
della municipalità Giobatta Gandolfo che raccontò la parte
che ebbe in quegli avvenimenti.
In relazione
a quanto emerso dagli interrogatori fu ordinato al capitano Pedemonte di
arrestare Giacomo Peirano, impiegato nella bottega di Giobatta Varese .
Il giorno successivo
le indagini proseguirono nella canonica della parrocchia di Porto Maurizio.
Brigida Gerbolini, nipote del parroco di Porto Maurizio che raccontò
di come i manifestanti si fossero impossessati delle chiavi della chiesa,
poi furono sentiti Stefano Airenta di Dolcedo e Tommaso Ferrari; nel mezzo
dei loro interrogatori fu ricevuta una lettera del consiglio comunale di
Dolcedo insieme al quadro del bilancio del cantone di Porto Maurizio.
Il giorno dopo
furono ascoltati Filippo Pauletti e Gerolamo Straforello.
Il 10 Settembre
dopo Michele Piatti, pubblico pesatore del comune di Porto Maurizio, deposero
Giulio e Domenico Anselmo, Giacomo Gassano, agente comunale di Montegrosso,
i fratelli commercianti Giuseppe e Pietro Corsamiglia alle cui dipendenze
lavorava il presunto autore del libello stampato a Monaco, e Giobatta Bensa.
Poi fu portato dinanzi all’avvocato Semenzi Giuseppe Acquarone, da poco
arrestato, che confessò in seguito di essersi impossessato delle
chiavi della chiesa allo scopo di suonare la campana a martello.
Il giorno successivo
fu la volta del capo del gozzo delle finanze, Giobatta Brichetto, che raccontò
i fatti che lo indussero a fuggire a Oneglia, poi fu ancora ascoltato Gerolamo
Straforello seguito da Maurizio Elena e Antonio Dulbecco, poi fu riascoltato
l’usciere Filippo Giribaldi seguito da Giobatta Lupi, Leonardo Guasco e
Giuseppe Salvo.
Il 12 Settembre
ci fu la deposizione di Gaetano Varsi, anch’egli costretto a Fuggire verso
Oneglia, seguita da quelle di Giuseppe Tomante guardiano del gozzo della
finanza, di Franco Aido e Leonardo Bensa, commessi delle finanze e di Antonio
Costa, garzone del gozzo delle finanze. Nel pomeriggio fu la volta di Pietro
Angeli, Silvestro Riccardi e del commerciante Giuseppe Peretti che aveva
aggiunto altre righe su molte stampe.
Il 13 furono interrogate
Maddalena Dulbecco e Angela Filippi poi fu la volta di Francesco Vassallo,
magazziniere del sale a Porto Maurizio e Oneglia, e dell’ex segretario
della municipalità Bartolomeo Piatti.
Il giorno dopo
toccò a Vincenzo Lupi, Giobatta Bensa, Tommaso Boero, Pietro Doria,
agente comunale di Civezza, Giuseppe Ricca, i fratelli Nicodemo e Nicolò
Paietto, Gerolamo Ricca, Marco Allegro del consiglio comunale di Civezza
e infine Giuseppe Sasso.
Il 15 Settembre
dopo le testimonianze di Nicolò Amoretti e Caterina Calzia l’avvocato
Semenzi dispose l’arresto di Giuseppe Gastaldi, di Giobatta da Prelà,
di Nicolò Giribaldi e di Vincenzo Ferrari.
Il 17 settembre
si concluse la prima fase dell’inchiesta nell’ufficio del Provveditore
a Oneglia dove vennero ascoltati Benedetto Crovetto, Pietro Semeria e Giacomo
Giordano, capitano della cantoneria in Oneglia.
b) Le deposizioni
degli arrestati in carcere a Genova
Le persone arrestate,
6 commercianti, 3 calzolai, due marinai, un agente di commercio, uno scritturale
e un facchino, furono condotte nel Palazzo Nazionale a Genova dove il 27
Settembre ripresero gli interrogatori che si protrassero fino al 5 Ottobre
.
Carlo Rambaldi
fu accusato di aver eccitato il popolo contro le gabelle, accusa da lui
respinta così come negò di aver chiesto la lettura della
costituzione durante l’assemblea nella chiesa nuova, come invece risultava
dal verbale della stessa, e affermò che a fare tale richiesta fu
Gerolamo Corradi. Affermò anche che volle tenere chiusi i magazzini
per prudenza, affinché al loro interno non si spargessero voci contro
la gabella e negò di aver rassicurato il provveditore che non si
sarebbe turbato l’ordine pubblico anche se in una lettera dello stesso
provveditore risultava il contrario.
Filippo Carli
era accusato di essere stato tra i più accesi contestatori degli
esattori delle gabelle, di aver arringato la folla dopo il discorso del
presidente e di essere stato tra quelli che erano entrati in casa di Gaetano
Varsi per dirgli di lasciare Porto Maurizio. Su quest’ultimo punto Carli
disse di essere intervenuto solo per rimproverare i ragazzi presenti e
per il resto negò ogni accusa .
A Bernardo Daleoso
fu addebitato di aver intimato al guardiani delle finanze di lasciare la
città, di aver incitato coloro che si trovavano alla marina a unirsi
alla protesta, di aver aggredito un gendarme e infine di aver aizzato dei
ragazzi contro i guardiani del gozzo delle finanze. Egli ammise la prima
imputazione pur negando di aver agito su commissione di Flaminio Acquarone
ma respinse le altre accuse.
Flaminio Acquarone
fu accusato oltre che di aver eccitato il popolo contro le gabelle di aver
partecipato all’invasione della casa comunale, di aver chiesto a Daleoso
di intimare ai guardiani delle finanze di andarsene e di aver scritto dei
biglietti che invitavano gli abitanti dei comuni limitrofi a recarsi a
Porto Maurizio per unirsi alla protesta. Egli ammise di aver dichiarato
la gabella incostituzionale e dannosa per l’economia locale ma negò
di aver aizzato la folla e non ricordò di essere entrato nella casa
municipale pur ammettendo il colloquio con Bernardo Daleoso e di aver scritto
i biglietti d’invito pur se forzatamente.
Anche su Giuseppe
Giribaldi gravava l’accusa di essere stato tra quelli che in mezzo alla
piazza gridavano contro le gabelle ma egli ammise soltanto di essere passato
di lì senza essersi fermato.
Leonardo Straforello
partecipò come deputato al consiglio e alla riunione nella chiesa
senza risultare in qualche modo eletto tranne che nella deposizione di
Carlo Rambaldi. Straforello disse di non sapere che coloro ai quali si
era unito erano deputati e negò di aver partecipato al consiglio
nel pomeriggio; egli confessò di essere intervenuto a titolo personale
alla riunione nella chiesa nuova e di essersi trovato nella piazza ma non
nel momento dell’elezione dei deputati. Egli disse anche di aver tenuto
chiuso il suo magazzino e di aver persistito nella sua decisione pur essendo
disposto a riaprirlo in caso di bisogno.
Guglielmo Gastaldi
raccontò di essersi recato in piazza perché avvisato da Giobatta
Varese che rischiava di esserci trascinato a forza, disse di aver inizialmente
rifiutato l’elezione a deputato e di aver accettato per timore. Negò
di aver invitato il presidente e il consiglio ad intervenire nella chiesa
nuova e rivendicò il merito di essere stato l’unico a tenere aperto
il magazzino.
Giobatta Varese
ammise di aver tenuto un discorso in piazza contro la gabella ma senza
l’intenzione di sobillare la folla, di essersi presentato di mattina al
consiglio e alla riunione nella chiesa come deputato ma non di essere comparso
davanti al consiglio dopopranzo. Per quanto riguarda la chiusura del magazzino
disse che stava aspettando una risposta dai corrispondenti e sulle stampe
disse di averne ricevute 120 e di averle distribuite tra i suoi conoscenti.
Girolamo Corradi
ammise di aver parlato contro la gabella per cercare di contenere la rabbia
popolare, negò di aver dato tre stampe a Marco Allegro e, accusato
di aver dettato ad alcuni abitanti di Civezza i quattro propositi da presentare
al presidente ammise di aver dettato solo le prime tre: Egli affermò
anche di aver chiuso il magazzino per evitare discorsi contro la nuova
tassa al suo interno e di aver persistito nel suo atteggiamento nella convinzione
di agevolare l’accoglimento dei ricorsi inoltrati al governo e negò
di aver dato garanzie al Provveditore sul mantenimento dell’ordine pubblico.
Altre quattro
persone vennero accusate di aver percosso il gendarme Giuseppe Maria Pianelli
ma respinsero ogni addebito.
Giuseppe Acquarone
confessò di essersi fatto consegnare le chiavi della chiesa per
suonare la campana a martello.
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QUARTO
CAPITOLO
c) Gli accusati
a piede libero
Anche altre persone
oltre a quelle arrestate furono accusate di sobillazione contro la gabella
.
Giobatta Straforello
fu accusato da Gaetano Varsi di aver guidato coloro che, entrati nella
sua abitazione gli intimarono di andarsene .
Giuseppe Corsamiglia
fu indicato in un rapporto segreto come uno dei capi dell’assembramento
nella Piazza della Sorà durante l’aggressione all’usciere .
Guglielmo Gazzano
fu indicato dal Varsi tra coloro che stazionarono davanti alla sua abitazione
.
Nicolò
Amoretti venne accusato dall’usciere Filippo Giribaldi di avergli strappato
di mano la tromba e di averlo minacciato di percuoterlo con essa ,
ma durante l’interrogatorio negò ogni addebito .
Giuseppe Palese
ammise di aver suonato la campana a martello su richiesta di Vincenzo Ferrari.
Tommaso Boero
e Giacomo de Maurizi vennero indicati dal gendarme Pianelli tra coloro
che lo percossero, anche se il primo respinse l’accusa.
d) Le accuse mosse
ai latitanti
Vincenzo Ferrari,
Giacomo Peirano e Giuseppe Gastaldi, sui quali pendeva un mandato di arresto,
risultarono poi latitanti .
Vincenzo Ferrari
fu accusato dall’usciere Filippo Giribaldi di avergli strappato di mano
le leggi al momento della pubblicazione, dal parroco Alessandro Brugna
di avergli risposto sgarbatamente dopo che questi era accorso per far cessare
il suono della campana a martello e da Giuseppe Palese di aver detto ai
becchini di suonare la suddetta campana .
Giacomo Peirano
fu indicato da Giobatta Corrado come colui che spedì biglietti d’invito
anonimi nei comuni limitrofi anche se Giobatta Varese non li riconobbe
come scritti da lui .
Giuseppe Gastaldi
era accusato di essere salito sul campanile, aver minacciato il parroco
per avere le chiavi della chiesa per poter suonare la campana, di
aver chiesto a Maurizio Elena di suonare detta campana e forse di aver
chiesto all’usciere Francesco Garengo di annunciare la chiusura delle botteghe.
e) Considerazioni
su indagini e indagati
Una sintesi di
quanto emerso nel corso delle indagini possiamo trovarla nel rapporto che
l’avvocato Semenzi fece pervenire alle supreme autorità della Repubblica
Ligure, dove venivano rimarcate le difficoltà incontrate nel tentativo
di ricostruire i fatti di Porto Maurizio dovuto all’interesse di alcuni
a nascondere la verità, all’intreccio di rapporti di parentela e
di lavoro e al timore di ritorsioni . Un aspetto interessante risulta essere
l’età media delle persone coinvolte in questi moti, infatti metà
degli arrestati aveva un’età compresa tra 38 e 55 anni.
f) Le indagini
sul libello stampato a Monaco
L’autore di questo
libello si suppose fosse Nicolò Giribaldi anche se coloro che lo
indicarono come tale lo affermarono per sentito dire .
I fratelli Corsamiglia,
datori di lavoro del Giribaldi affermarono che egli era scomparso il primo
settembre e che non sapevano dove potesse
trovarsi . E’
interessante notare che delle tre lettere scritte dal giudice di Mentone
al generale De Giovanni la seconda, nella quale era fatto il
suo nome, non
arrivò mai a destinazione per cui si può supporre che sia
stata intercettata e che abbia causato la sua fuga, contemporanea allo
smarrimento della
lettera . La persona che portò a stampare il manoscritto fu identificata
in Giobatta da Prelà, che durante la sommossa ha distribuito l’ultima
pagina del libello, quella col bilancio del cantone di Porto Maurizio .
Gerolamo Straforello disse che il commerciante Giuseppe Peretti aggiunse
su una delle stampe quattro righe manoscritte, copiate da altre stampe
presenti nel magazzino.
g) L’operato delle
autorità
L’operato delle
autorità è giudicato nel rapporto dell’avvocato Semenzi .
Il consiglio convocato il 14 Agosto non avrebbe agito ne bene ne male,
a parte qualche
membro che avrebbe avuto una parte nei tumulti . Il presidente della municipalità
non risultò esatto osservatore degli ordini del Provveditore durante
la pubblicazione delle leggi, infatti l’ufficiale francese nel suo rapporto
attribuisce la sua inazione al mancato ricevimento di ordini, che il presidente
giustificò dicendo che non aveva la sensazione di imminenti disordini
e che inseguito gli sembrava di avere forze insufficienti. Per il resto
il suo operato fu ritenuto corretto.
h) La popolazione
e i Francesi
Abbiamo visto
come non vi fu alcuna ostilità da parte della popolazione nei confronti
delle truppe francesi che, da parte loro, evitarono atti che potessero
indispettire i rivoltosi visto che in quel periodo l’annessione della Liguria
alla Francia era considerata molto probabile e che molti di loro erano
favorevoli a Napoleone e perciò non sembrava il caso di inimicarsi
eventuali futuri membri del loro stesso stato .
i) La sentenza
Il 3 Novembre
il Magistrato Supremo con un atto di clemenza decretò la scarcerazione
delle persone arrestate per aver preso parte alla rivolta
del 14 Agosto
. A farlo decidere in tal senso fu la lieve entità dei danni a persone
e proprietà e forse anche il fatto che la maggior parte dei
coinvolti erano rispettabili cittadini di una certa età non certo
usi a simili manifestazioni. Oltre a ciò influì senz’altro
anche il particolare momento storico che vedeva la Repubblica Ligure prossima
ad essere annessa all’Impero Francese.
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CONCLUSIONE
Può venire istintivo chiedersi
perché la rivolta sia rimasta circoscritta alla sola città
Porto Maurizio, probabilmente ciò era dovuto al fatto che era un
centro di esportazione dell’olio e si può capire che ad essere maggiormente
colpiti dalla tassa erano i commercianti che non a caso furono i principali
promotori e artefici del tumulto. Dato che serpeggiava la sensazioni di
essere vessati sul piano fiscale quella tassa venne considerata come
la goccia che fece traboccare il vaso visto che colpiva la più
fiorente attività economica della zona.
Da segnalare il fatto che non si siano
stati gravi episodi di violenza anzi si è tentato di ricalcare le
forme della legalità mantenendo vivo
il dialogo con le autorità sia
locali che statali . Al malumore verso le autorità liguri
faceva da contraltare la benevolenza un po’ ingenua verso la Francia e
Napoleone dovuta alle nuove idee scaturite dalla Rivoluzione, e forse ci
fu chi cercò di approfittare della situazione per eccitare gli animi
a favore dell’annessione alla Francia.
Il mancato intervento delle truppe
francesi fu dovuto all’esigenza di non attirarsi l’ostilità della
popolazione in un momento delicato e anche la sentenza ha risentito di
quel particolare clima politico perché sarebbe stato impossibile
emettere condanne per aver invocato l’intervento napoleonico visto che
da lì a poco la Repubblica Ligure avrebbe cessato di esistere e
comunque era già sotto stretto controllo francese.
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Materiale tratto , con gentile concessione
, Dalla Tesi di Laurea di
ENRICO
MERELLO (e.merello@libero.it) |