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Russia e occidente: primi contatti con
Genova
La guerra con l'Impero Ottomano del
1768 indusse Caterina II ad allargare il suo interesse verso i paesi mediterranei.
Dopo aver consolidato il suo potere all'interno cercò di riallacciare
i fili di una politica europea che Pietro il Grande aveva impostato
senza riuscirne a realizzare le direttive principali. Gli obbiettivi
della politica estera russa fin da Ivan III sono sempre stati diretti a
oriente verso le vaste e quasi disabitate distese siberiane, a nord-ovest
verso il Baltico e a sud verso il mar Nero al cui controllo presidiavano
da una parte Polonia e Svezia e dall'altra l'Impero Ottomano, il quale
nonostante fosse entrato in una fase di declino dai primi del '700 poteva
contrastare l'espansionismo russo potendo contare sull'aiuto della Francia
e di chiunque fosse interessato a bloccare la potenza moscovita .
La Russia è stata a lungo culturalmente
isolata dal resto d'Europa: Pietro il Grande fu il primo a comprendere
che le trasformazioni a cui mirava erano subordinate all'apertura di rapporti
con l'esterno, e per far ciò dedicò le principali attenzioni
alle vie marittime, che sole potevano mettere a diretto contatto il suo
impero con l'Occidente. L'accesso ai mari era precluso dallo sbarramento
turco-tataro verso il mar Nero e da quello luterano-svedese sul Baltico.
Lo zar riformatore prima sfondò a sud rompendo così l'accerchiamento;
spezzò poi con la vittoria di Poltava (1709) il dominio svedese
sul Baltico aprendo così le sue vie alla Russia; infine si diresse
nuovamente a sud, ma venne fermato.
Poi cercò di sfruttare i vantaggi
acquisiti: si trattava di attirare il traffico mercantile nel porto di
Arcangelo che però era bloccato dai ghiacci per parecchi mesi all'anno
o in quello di più recente costruzione di Pietroburgo. Alla
politica militare subentrò la diplomazia. Anche gli stati italiani
ricevettero le attenzioni dello zar. Nel 1711 arrivò a Venezia il
console Dmitrij Bozis nel quadro di uno sviluppo dei rapporti commerciali
tra i due paesi e dell'impegno di entrambi contro gli Ottomani. Accanto
a Bozis operava il canonico Matteo Caretta, attivissimo agente dello
zar, sia per dar vita ad un'alleanza tra Pietroburgo e la repubblica di
San Marco contro i Turchi, sia per stipulare accordi commerciali tra la
Russia e gli stati italiani, in particolare con Genova. In due riprese,
dall Aprile 1711 al Maggio 1712 e dal Giugno 1718 al Luglio 1722 il Caretta
tentò di intensificare i rapporti con la repubblica di San Giorgio,
che se nel settecento contava poco nel concerto delle nazioni europee
la ricchezza dei suoi mercanti non sfuggì all'attenzione dello zar.
Ma Genova non diede ascolto alle proposte russe, neanche dopo che
Pietro il Grande in una lettera scritta di persona il 20 Aprile 1720 prometteva
condizioni molto favorevoli per le sue navi mercantili.
Quando salì al trono Caterina
sapeva che per attuare le sue mire espansionistiche era necessario ridurre
la collaborazione tra Parigi e Costantinopoli. Le paci di Utrecht (1713)
e Rastadt (1714) avevano indebolito l'egemonia del Re Sole sul continente
europeo e privato la Spagna dei domini italiani e belgi, mentre uscirono
rafforzate l'Olanda e l'Inghilterra, potenze prevalentemente oceaniche
che avevano grande importanza mercantile anche nei mari europei. Quest'ultima
soprattutto con la conquista di Gibilterra e di Minorca controllava il
Mediterraneo occidentale. L'egemonia britannica assicurò al continente
27 anni di pace. E dopo le guerre di Successione austriaca (1740-48) e
dei Sette anni (1756-63), le principali potenze europee inaugorarono
nuove forme di relazioni basate sul sistema dell'equilibrio delle forze.
Caterina cercò di inserire i suoi obbiettivi nel più ampio
scenario internazionale per facilitarne la realizzazione. L'avversario
principale era la Turchia; si voleva restituire Costantinopoli al culto
ortodosso e liberare i popoli slavi sotto il dominio degli Ottomani, che
dopo essere arrivati fino alle porte di Vienna (1683) conoscevano
un lento ma costante ripiegamento iniziato con le paci di Karlowitz (1699)
e di Passarowitz (1718), dovuto oltre che a forze
disgregatrici interne alle mire austriache
e russe sui suoi territori, nonchè l'indebolimento dell'alleato
francese. Gli Asburgo puntavano verso i Balcani mentre la Russia avrà
come costante della sua politica militare l'espansione a sud.
A quel punto poteva sembrare logica un'intesa tra i due stati, ma Vienna
temeva l'espansionismo russo e rimase neutrale nella guerra russo-turca,
anche perchè Caterina aveva stretti rapporti di alleanza col re
di Prussia che mirava ad indebolire la supremazia degli Asburgo all'interno
dell'Impero.
Il conflitto, iniziato nel 1768, fu
il risultato di un calcolo diplomatico di Caterina tendente a sfruttare
l'antagonismo coloniale franco-inglese per aver mano libera nella sua politica
balcanica. La politica estera era guidata dal conte Panin che cercò
di elevare il ruolo della Russia nel contesto delle potenze europee; a
lui si deve anche la formulazione della neutralità armata,
punto di riferimento di una vasta alleanza contro gli inglesi. Caterina
era molto interessata ad allacciare rapporti diplomatici e mercantili con
gli stati italiani, in particolare con le repubbliche marinare, in
funzione antiturca e antifrancese. I governi della penisola all'inizio
non mostrarono particolare interesse per le proposte della zarina, per
non turbare equilibri internazionali consolidati e perchè
ai loro occhi la Russia era una realtà lontanissima, incapace di
influenzare le vicende locali. C'era chi, come Nicolò Foscarini
ambasciatore veneziano a Vienna aveva sollecitato il proprio governo
a concludere le trattative per un accordo commerciale che assicurasse un
trattamento di favore alle navi russe che venissero a comerciare
nell'Adriatico e nello Jonio. Caterina fece i suoi passi verso Torino,
ma il governo piemontese declinò l'offerta nonostante la Russia
fino alla morte di Alessandro I (1825) fu sempre avversa a Francia,
Inghilterra e Austria che con mire diverse puntavano a mantenere un'influenza
sull'Italia, tanto più che Panin favorì costantemente iniziative
volte indebolire l'Austria rea di freddezza verso la politica antiturca
di Caterina. Però gli stati italiani temevano ritorsioni delle potenze
europee e concorrevano a bloccare l'avvicinamento stretti rapporti di
parentela con l'imperatore come nel caso del granduca di Toscana e forti
contrapposizioni religiose. Caterina però non demorse e inviò
nella penisola i fratelli Orlòv (1767-68) seguiti da una squadra
navale che accolta amichevolmente nei porti sardi allarmò però
Venezia che temeva per i suoi interessi nello Jonio e nei Balcani, dato
che aveva ormai stabilito rapporti di non belligeranza coi turchi
sviluppando con essi rapporti commerciali che in tale contesto rischiavano
di rarefarsi. La vittoria della flotta russa su qualla turca a Cesmè
(1770) favorì i due successivi momenti dell'offensiva diplomatica
di Pietroburgo: la missione di Grimm in Italia del 1776 e il viaggio dei
conti del Nord in Occidente (1781-82) che avviarono una serie di
scambi reciproci tra Pietroburgo e i vari stati italiani. Prima ad inviare
un ministro fu Napoli nella persona di Muzio da Gaeta conte di San Nicola
(1778), ma già dieci anni prima con un atto unilaterale la
zarina aveva nominato incaricato d'affari a Venezia il marchese Pano Maruzzi
a cui la repubblica di San marco rispose nel 1782 inviando il cavaliere
Girolamo Ascanio Giustiniani a Pietroburgo. Nel 1783 anche i rapporti diplomatici
col regno di Sardegna si normalizzarono con l'invio del marchese Parella
a Pietroburgo e di Jusupov come ambasciatore a Torino. Genova tenne un
atteggiamento cauto verso le proposte di Caterina temendo di non poter
reggere una serie di accordi commerciali di ampio respiro.
La repubblica manifestava nella seconda
metà del '700 i segni di una progressiva decadenza economica e politica
dovuta al restringimento degli spazi commerciali e al rafforzamento
dei principali stati europei, cosicchè si preferì dedicarsi
ad attività finanziarie e speculative. Attraverso il Banco di San
Giorgio l'aristocrazia drenava grandi ricchezze che però trovavano
maggiori possibilità di investimento all'estero. Andava acuendosi
il divario tra la potenza finanziaria della repubblica a la sua debolezza
politico-militare, dovuta allo scarso sviluppo demografico e territoriale,
che incoraggiava le mire dei potenti vicini. Sbocco naturale per la Lombardia,
soggetta alle mire dei Savoia desiderosi di aprirsi un più vasto
sbocco al mare e in contrasto con l'Impero essa fu costretta ad una politica
di ripiegamento ma finchè le grandi potenze non si impegnarono nel
Mediterraneo riuscì a mantenere la sua posizione, anche grazie ad
una diplomazia abile e attiva.
Inizio delle relazioni diplomatiche:
Mordvinov a Genova, Rivarola a Pietroburgo
Il governo russo individuò
per i primi contatti diplomatici con la repubblica Gerolamo Durazzo, ministro
genovese a Vienna. Durazzo informò il suo governo di una prossima
visita dei conti del Nord e quando il ministro russo a Vienna Galicin comunicò
al collega genovese l’intenzione della zarina di avere un incaricato d’affari
presso la repubblica Durazzo fu incaricato dai Serenissimi Collegi
di comunicare a Galicin che avrebbero accettato con immenso piacere.
L’inviato di Caterina sarebbe stato Mordvinov, un capitano di marina.
Ma Caterina aveva in mente un ulteriore passo: la reciprocità nello
scambio di ministri affinchè i rapporti tra i due stati si rafforzassero,
soprattutto per motivi commerciali.
Genova però continuò
in un atteggiamento di attesa, rendendo scomoda la posizione di Durazzo,
che era sollecitato da Galicin a dare una risposta. Il governo cercò
di tranquillizzare i due ministri assicurando che sarebbero presto
arrivate istruzioni, ma in seno ai Serenissimi Collegi e al Minor Consiglio
c’erano molti dubbi e perplessità in proposito, perché visti
i cattivi rapporti commerciali tra russi e francesi qualcuno temeva
il risentimento di questi ultimi e il rischio di rimanere più esposti
agli espansionismi austriaco e piemontese una volta venuta meno la
protezione francese, altri invece non vedevano come il semplice invio di
un ambasciatore in Russia potesse essere un gesto offensivo per gli altri
stati.
Oltre a ciò c’era il problema
di non procrastinare ulteriormente la risposta ai russi. All’interno
del Minor Consiglio prendeva piede l’idea di prendere tempo per riflettere
sul da farsi e sentire cosa avrebbe proposto Mordvinov una volta arrivato
a Genova. Emergeva nelle discussioni dei notabili della repubblica una
prudenza eccessiva, giustificata dal fatto che l’evolversi della situazione
internazionale poteva segnare la fine dei piccoli stati, e si sottovalutava
l’importanza economica e politica di un accordo con la Russia, non intuendo
le vaste possibilità di un interscambio con essa. La sera
dell’11 Luglio 1782 Mordvinov arrivò a Genova e fece intendere di
essere munito di credenziali più impegnative di quelle di un incaricato
d’affari che avrebbe esibito soltanto se la repubblica avesse auto intenzione
di un maggiore coinvolgimento nei rapporti diplomatici con la Russia. Il
passo successivo toccava ora a Genova che doveva nominare il suo
rappresentante e decidere a quale titolo inviarlo a Pietroburgo.
A Vienna, tappa intermedia del
viaggio verso Genova, Mordvinov e il suo aiutante mostrarono nel loro incontro
con Durazzo un particolare interesse per il porto della repubblica , secondo
loro preferibile per farvi svernare le squadre navali russe che stazionavano
nel Mediterraneo, che il ministro genovese ne informò subito il
suo governo. Mordvinov aveva forse un po’ avventatamente indicato
il principale obbiettivo della zarina, e cioè che lo scambio di
prodotti fosse una presa di contatto tra i due stati, e che l’insediamento
dei rispettivi ministri avrebbe dovuto fungere da tramite per fare
del porto di Genova una base militare russa.
A questo punto la repubblica doveva
scegliere il suo rappresentante; subito si fece il nome di Ippolito Durazzo,
che però riuscì a farsi esonerare dall’incarico. Ma Gerolamo
Durazzo, all’ennesima richiesta di Galicin, non potendo indicargli
il nome, annunciò d’accordo col suo governo che Genova avrebbe mandato
non un incaricato d’affari ma un ministro plenipotenziario, carica alla
quale venne sollecitamente Caterina II promosse Mordvinov con una lettera
del 18 Novembre 1782. I mesi successivi furono passati nella difficile
ricerca di un diplomatico da inviare, tanto che Mordvinov si spazientì
e dichiarò al segretario della repubblica che siccome il suo governo
tardava a nominare un rappresentante avrebbe chiesto il suo congedo, lasciando
a Genova un semplice console. Fu quindi con sollievo generale che il 22
febbraio 1783 il governo genovese annuncio al ministro Durazzo la nomina
come ministro plenipotenziario da inviare alla corte russa di Stefano Bonaventura
Rivarola.
Cronaca della missione
Stefano Bonaventura Rivarola, marchese
di Murazzano, nacque a Genova in 10 Novembre 1755 . Dopo aver inizialmente
studiato in privato, si trasferì al collegio San Carlo a Modena
e, trasferitosi a Roma fu allievo del Clementino dei Somaschi e poi passò
all’Accademia ecclesiastica.
Tornato a Genova nel 1778 e laureatosi
in legge, puntò alla carriera diplomatica. Aspirava alla carica
di ministro nella sede allora vacante di Madrid ma alla fine fu scelto
Pietro Paolo Celesia; fu grazie al rifiuto di Ippolito Durazzo ad aprire
a Rivarola la strada per Pietroburgo. Prima di partire Rivarola ricorreva
ai consigli di un anziano ed esperto diplomatico, il marchese Gerolamo
Grimaldi. Il governo genovese munì Rivarola di una lettera credenziale,
una di istruzioni e un supplemento di istruzioni. Il governo si preoccupò
affinché la missione fosse limitata ad un semplice atto di cortesia
evitando ogni possibilità di accordi commerciali o militari con
la Russia. Rivarola partì non si sa se il 3 Agosto 1783 o
il 30 Luglio.
Nel corso del viaggio fu raggiunto
da delle epistole del Senato che gli spedì due codici cifrati e
le Lettere credenziali per l’imperatrice. Durante il viaggio fece numerose
tappe, la prima fu a Torino, dove fu ricevuto da Vittorio Amedeo III, poi
toccate Milano, Mantova e Venezia giunse a Salisburgo e poi il 29 Agosto
a Vienna dove, mancando l’imperatore fu ricevuto dal principe di Kaunitz
e si recò alle terme di Baden dove conobbe il ministro russo Galicin.
Riuscì comunque ad incontrare Giuseppe II a Olomouc il 28 Settembre.
Per quanto riguarda il resto del viaggio sappiamo che fece tappa a Varsavia.
Rivarola giunse a Pietroburgo il 25 Novembre e fece visita alla zarina
la domenica successiva. A parte i rigori del clima la sistemazione nella
capitale fu di suo gradimento. Come primo impegno fece visita ai
componenti del corpo diplomatico, in particolare col nunzio apostolico.
La permanenza in un ambiente come quello della corte russa fece sì
che Rivarola conducesse un tenore di vita molto dispendioso che creò
una certa apprensione nella sua famiglia, non bastandogli certo il suo
stipendio di cui richiese un aumento al suo governo ma senza successo,
anzi in una lettera del 15 Settembre 1784 fu invitato a non differire oltre
il necessario il congedo dalla corte.
Rivarola avvertì il vice cancelliere
del suo rientro in patria, ma cercò di giocare fino all’ultimo la
carta di una possibile irritazione di Caterina II alla notizia del disimpegno
diplomatico della repubblica per convincere il suo governo a prorogargli
il mandato. Visto che i Serenissimi Collegi erano irremovibili modificò
il proprio atteggiamento. Il 6 marzo 1785 ebbe luogo l’udienza di congedo
a corte della cui accoglienza rimase molto soddisfatto. Poi informò
Genova che sarebbe partito entro due-tre settimane prendendo la strada
di Berlino, ma i preparativi si prolungarono un mese più del previsto
a causa delle numerose visite. Lasciata Pietroburgo giunse in quattro settimane
a Berlino, dove venne presentato a corte ma il re poté riceverlo
soltanto il 17 Giugno per via delle sue periodiche visite nel regno. Partito
da Berlino il 24 Giugno tornò a Genova passando per Dresda e Monaco,
ma passarono molti mesi prima che fosse ammesso al Senato per presentare
la sua relazione sulla sua missione in Russia.
Rapporti sulla politica estera
russa
La missione di Stefano Rivarola coincise
con una fase di accrescimento della potenza russa sullo scenario europeo
. Rivarola inviò a Genova numerosi dispacci e scrisse una relazione
finale che, pur avendo come obiettivo una rappresentanza permanente a Pietroburgo,
danno un interessante quadro del ruolo che l’impero dei Romanov andava
assumendo.
Espansione ai danni dell’Impero Ottomano
Pochi mesi prima dell’arrivo di Rivarola
vi era stata l’annessione della Crimea. Già col trattato di Kukuk-Kainarge
del 1774 si erano delineate le ambizioni russe sui balcani. In particolare
l’articolo III aveva riconosciuto l’indipendenza dai turchi delle popolazioni
tartare della Crimea, che fu annessa tra il 1782 e il 1783. Le prime
considerazioni di Rivarola sulla politica estera riguardavano la
Crimea e il suo improbabile recupero da parte della Turchia, in quel momento
poco propensa ad ulteriori avventure militari, anche se ci fu qualche strascico
diplomatico. Furono prese misure militari e amministrative per consolidare
l’annessione ma c’era bisogno di formalizzarla con l’arrivo in loco di
Caterina, che avvenne nella primavera del 1785. Pietroburgo stava diventando
il punto di riferimento politico per molte popolazioni poste a cuscinetto
tra Russia e Impero Ottomano. La Georgia, ad esempio, sottomessa
dal colonnello russo Tamar, concluse un trattato di pace che prevedeva
l’allacciamento di rapporti diplomatici, che avvenne nell’Ottobre del 1784.
Alti e bassi del dialogo con Vienna
In questo periodo si stavano ponendo
tre grossi problemi sul piano diplomatico: la rivalità marittima
e coloniale anglo-francese, l’antagonismo tra Impero e Prussia per
la supremazia in Germania e la questione della Polonia che andava maturando
verso la sua dissoluzione, oltre ai già citati rapporti russo-turchi.
Tutto ciò stava ad indicare che l’asse della politica europea
andava spostandosi verso est. Pietroburgo, grazie alla politica promossa
da Panin, cercò di diventare il punto di mediazione tra Austria
e Prussia e di emanciparsi da appoggi esterni per il suo espansionismo
a sud. Rivarola osservò che delle tre potenze del nord Europa
la Russia era quella che poteva esistere isolata e dalla quale le altre
non potevano prescindere. Vienna schierò le sue truppe sui confini
ottomani per scoraggiare possibili reazioni turche all’annessione russa
della Crimea, confermando un accordo segreto con Pietroburgo (Maggio-Giugno
1781) che prevedeva anche mutua assistenza in caso di attacchi da parte
della Turchia. L’imperatore mirava, secondo voci raccolte da Rivarola,
a favorire l’autonomia della Moldavia e della Valacchia, che pure
il trattato di Kukuk-Kainarge aveva riassegnato alla Turchia, per poi poterle
annettere in seguito. Rivarola accennò ad ulteriori trattative tra
i due sovrani perché Giuseppe II voleva recuperare le spese
fatte per appoggiare le pretese russe contro Costantinopoli, ma l’Austria
aveva tratto comunque vantaggio dai nuovi equilibri perché il governo
turco aveva accordato all’imperatore gli stessi privilegi commerciali accordati
ai sudditi della zarina. Giuseppe II esigeva l’appoggio russo soprattutto
sul fronte occidentale. Da vent’anni Vienna voleva inglobare l’Elettorato
di Baviera scambiandolo coi Paesi Bassi austriaci, il che avrebbe rafforzato
la sua influenza sulla Germania. L’estinzione della famiglia elettrice
di Baviera indusse Giuseppe II a farsi cedere dal successore Carlo Teodoro
un terzo della Baviera in cambio di numerosi benefici ma Federico II istigò
il duca di Zweibrucken che vantava diritti ereditari sulla Baviera
a opporsi al progetto e altrettanto fece l’Elettore di Sassonia. Anche
Caterina II, nata in una famiglia di principi tedeschi, non vedeva
di buon occhio mutamenti degli equilibri in Germania. Ne derivò
un conflitto tra sassoni-prussiani e austriaci, peraltro assai blando,
che si concluse con la pace di Teschen ( Maggio 1779) .
L’Austria poté annettersi soltanto
una piccola parte della Baviera, l’Inviertel. La guerra di Successione
bavarese aveva portato la Russia ad intromettersi in maniera rimarchevole
nel cuore del Sacro Romano Impero e diventò una delle garanti della
pace di Vestfalia, il cui rinnovo costituì una delle clausole della
pace di Teschen. Giuseppe II comunque non si arrese e, dopo la morte della
madre Maria Teresa (1780), riprese la
politica di espansione, convinto dopo
l’accordo segreto con la Russia del 1781 e il suo appoggio all’espansionismo
russo in Crimea di vantare un credito nei confronti di Caterina II.
Il progetto dello scambio tra Baviera
e Paesi Bassi austriaci venne riproposto da Giuseppe II che avanzò
pretese anche al Palatinato Superiore e all’arcivescovado di Salisburgo.
Per questo aprì un contenzioso con le Province Unite sulla navigabilità
da parte dei Paesi Bassi austriaci della Schelda, riservata dal trattato
di Munster del 1648 solo alle navi che battevano bandiera olandese. Dal
1783 gli austriaci iniziarono a creare una serie di incidenti di frontiera
allo scopo di aumentare la tensione, la cui eco raggiunse Pietroburgo che
era in qualche modo coinvolta per via dell’alleanza segreta del 1781. Nella
primavera del 1784 una nave austriaca che aveva tentato di superare uno
sbarramento fu presa a cannonate. Rivarola congetturò su un possibile
secondo abboccamento tra i due sovrani, ma l’atteggiamento di Giuseppe
II, sempre più propenso ad una prova di forza, indusse Caterina
II, come riferì Rivarola, a prenderne le distanze ritenendo eccessive
le pretese dell’imperatore sui Paesi Bassi e che non abbia appoggiato abbastanza
le sue contro i turchi.
Infatti il governatore dei Paesi Bassi
austriaci richiese l’apertura della Schelda in cambio della rinuncia a
rivendicazioni territoriali nell’area olandese. La situazione peggiorò
l’8 Ottobre quando le Province Unite catturarono una nave austriaca e,
come informò Rivarola, si arrivò ad una formale dichiarazione
di guerra tra i due stati ma non gli fu possibile prevedere se la
Russia si sarebbe impegnata in un teatro così distante. L’imperatore
volle aprire anche un terzo fronte, avanzando ai turchi richieste di revisione
dei confini, ma ciò era chiaramente un bluff per arrivare ad un
compromesso che desse soddisfazione alla richiesta più importante,
la Baviera, tanto più che non poteva contare neppure sull’appoggio
russo. Caterina II preferì fare in modo che le tensioni non
degenerassero in un conflitto tra più potenze. A Pietroburgo si
temeva che un conflitto nel centro dell’Europa incoraggiasse i turchi nella
speranza di recuperare i territori perduti. Rivarola accennò anche
a rimostranze da parte di Federico II alla zarina a causa delle richieste
imperiali. Caterina rispose con una lettera con cui prendeva le distanze
dalla disputa pur ricordando che non poteva non assecondare il suo alleato
in ciò che gli era conveniente. La tensione si stemperò definitivamente
nella primavera del 1785. Nell’ultimo dispaccio Rivarola, sulla via del
ritorno in patria, inviò al suo governo ulteriori informazioni sulla
questione della Baviera, da cui emergeva un imperatore sconfitto nel contrasto
con le casate tedesche.
Controllo del Baltico
Polonia, Prussia, Danimarca e Svezia.
La questione di Danzica
Una delle conseguenze delle guerre della
metà del ‘700 fu la dissoluzione della Polonia, paralizzata da un
sistema di governo che consentiva di bloccare col liberum veto ogni proposta
del re e dalle lotte tra le diverse confessioni religiose. La morte improvvisa
di Augusto III nel 1763 provocò l’intervento degli stati europei
per la sua successione, in particolare Russia e Prussia. Caterina avanzò
la candidatura di Stefano Poniatowski, suo ex amante ma si trovò
di fronte Federico II che voleva subordinare qualsiasi soluzione al proprio
consenso.
Poniatowski salì al trono nel1764
col nome di Stanislao Augusto e la Russia fu costretta ad un’alleanza
con la Prussia che oltre a garantire Berlino nei suoi possedimenti assicurava
entrambi contro aggressioni di terzi. Prussia e Russia fecero
in modo di mantenere in Polonia quello stato di
semi-anarchia che l’avrebbe portata
alla rovina. Due anni dopo, temendo riforme che rafforzassero il
potere del re, Caterina decise di sostenere le minoranze ortodosse
e tutti coloro che si opponevano al potere centrale. A poco valsero le
pressioni francesi per risvegliare i propositi di
rivincita degli ottomani nei confronti
della Russia, ma ciò non giovò né alla Turchia né
alla Polonia che dovette subire una prima spartizione tra Prussia e Austria
nel 1772. Rivarola nei suoi dispacci considerava lo stato baltico
soltanto come retrovia per le truppe schierate al confine dell’impero ottomano
o come deterrente ai suoi propositi di rivincita. Nella Relazione invece
ne deplora il vuoto di potere e ribadisce la sua subordinazione alla Russia
e prevede che l’interesse di Pietroburgo era contrario alla sua dissoluzione,
anche se i fatti successivi smentirono tale previsione. Anche l’area
baltico-scandinava aveva l’interesse di Caterina e Panin. La Svezia si
trovava in una situazione di declino a causa delle lotte all’interno dell’aristocrazia.
Per mantenere la pace nel nord-europa Panin tra il 1764 e il 1770 puntò
a costruire un’alleanza che facesse da contrappeso a quella meridionale
e cattolica che faceva capo a Parigi e Vienna. Il patto già esistente
tra Russia e Prussia sarebbe dovuto essere rafforzato dall’aggregazione
di Sassonia, Polonia, Danimarca, Svezia e Inghilterra, ma il progetto rimase
poi nel limbo.
Durante il soggiorno di Rivarola in
Russia ci fu una richiesta di aiuto da parte della Danimarca, amica della
Russia, che si sentiva minacciata
da preparativi di guerra della Svezia.
Caterina mise in atto misure militari e diplomatiche per scoraggiare possibili
iniziative svedesi ma poi in un dispaccio Rivarola ridimensionò
ogni allarme in proposito, trattandosi di semplici esercitazioni
della marina svedese nel Baltico.
L’annientamento della Polonia non coinvolse
l’autonomia che Danzica aveva acquisito da tempo. Dopo la prima spartizione
del paese Danzica fu soggetta alle mire di Federico II che dovette rinunciarvi
per l’opposizione dell’Inghilterra e soprattutto di Caterina. Rivarola
diede molto spazio nei suoi dispacci alle trattative tra il re di
Prussia e Danzica, ruotanti sulla richiesta della città di non essere
gravata da dazi o tributi e di mantenere il monopolio delle esportazioni
marittime della Polonia. Federico II accettò la mediazione di Caterina
e si giunse ad un accordo. Ma l’autonomia di Danzica stava per volgere
al termine, nel 1793 con la seconda spartizione polacca la città
fu assorbita nel regno di Prussia.
Neutralità armata e contatti
con l’Inghilterra
L’Inghilterra era la maggior potenza
coloniale dopo la Spagna. Nel 1778 dovette affrontare una guerra con la
Francia. Per la Russia si affacciava la possibilità di imporsi anche
sui mari, facendo concorrenza alla supremazia navale inglese. La zarina
ribadì il principio che le merci trasportate dalle navi di un paese
neutrale dovevano essere considerate libere. Era la proclamazione
della Neutralità armata (8 marzo 1780), in base alla quale le navi
neutrali potevano navigare liberamente con le loro merci da un porto all’altro,
col solo divieto di praticare il contrabbando. Diedero la loro adesione
Stati Uniti, Francia e Spagna mentre Russia, Danimarca e Svezia strinsero
un accordo per imporre l’osservanza di questo principio. All’intesa si
unirono anche Olanda, Prussia, Impero, Portogallo e Napoli. Rivarola riconoscendo
l’importanza di questa lega fece pressioni sul suo governo perché
vi aderisse. L’Inghilterra fu danneggiata da questo accordo che limitava
i vantaggi legati alla sua formidabile potenza sui mari e rendeva più
difficile lo svolgimento della guerra contro i ribelli americani, anche
se Caterina II più che compiere un atto di ostilità verso
gli inglesi mirava all’affermazione della Russia come potenza marittima.
I rapporti tra le due nazioni furono sempre improntati ad una sorta
di complicità conflittuale. Nel 1782 il segretario di stato Charles
James Fox accantonò la pretesa inglese di insistere sul diritto
di perquisire le navi neutrali, dimostrandosi così disponibile ad
accedere alla neutralità armata. Rivarola in un dispaccio mostra
come Londra individuasse nella neutralità armata la via per avere
in Turchia alcuni privilegi al pari di altre potenze.
Interessi in Italia: Napoli,
Venezia, Roma
Nel ‘700 alcuni stati italiani attraversavano
un periodo di declino. Rivarola mostrò interessi per i loro rapporti
con la Russia, anche per sottolineare al suo governo la maggiore attenzione
alle relazioni con la zarina di altre realtà della penisola. Il
regno di Napoli stipulò con la Russia un trattato di commercio e
di alleanza, su cui pesò anche la preoccupazione per presunte mire
inglesi sulla Sicilia. Il trattato fu firmato nel 1787, e un ruolo importante
in questa vicenda toccò all’abate Galiani. Anche Venezia inviò
un ministro a Pietroburgo nella persona di Ferigo Foscari, il quale
si rivelò inadatto al compito anche se l’eccessiva prudenza che
rivelò rispondeva alle istruzioni del suo governo, timoroso di alterare
i rapporti con gli altri stati, in particolare coi turchi. La repubblica
fu allarmata dalle richieste della zarina che puntava ad un’alleanza militare
russo-veneta in funzione antiturca ma che si sarebbe anche accontentata
di una maggiore libertà di movimento nei mari veneti. La Serenissima
si dimostrò contraria anche a stipulare un trattato commerciale
con Pietroburgo.Per quanto riguarda lo Stato Pontificio , Pietroburgo avrebbe
instaurato regolari rapporti diplomatici a patto che Roma si ponesse come
entità esclusivamente laica, pertanto la cosa non andò in
porto anche se ci furono degli interscambi che permisero ai papi
di mantenere contatti coi cattolici russi e polacchi. Lo zar era la guida
spirituale di tutti i suoi sudditi, anche di quelli non ortodossi, e un’autorità
religiosa dipendente da Roma sarebbe stata incompatibile col regime autocratico
dei Romanov, considerando anche che i cattolici polacchi furono a lungo
i tradizionali nemici della Russia. Caterina si mostrò disponibile
ad ammettere un’autorità religiosa cattolica a Pietroburgo nella
persona di monsignor Archetti che fu sottomesso alla sua autorità.
Rivarola accennò ad un
intoppo diplomatico tra i due stati causato da una frase della formula
di giuramento dei nuovi vescovi che suonava offensiva nei confronti degli
ortodossi, formula che nel caso dell’Archetti fu prontamente modificata.
La zarina si mostrò tollerante nei confronti dei cattolici, come
poteva testimoniare anche la presenza dei gesuiti, a cui Rivarola fece
un brevissimo accenno.
Brevi considerazioni sulla potenza
russa.
L’ultimo quarto del ‘700 vide l’affermarsi
della potenza russa, uscita con grossi vantaggi dalle varie crisi che scossero
l’Europa. Il contrasto tra Impero e Olanda si era concluso con il
ridimensionamento delle ambizioni di Giuseppe II, la Francia uscì
indebolita dalla guerra dei Sette anni, la Prussia sull’orlo del disastro
nel 1760 si riprese anche grazie all’appoggio di Caterina che ottenne in
cambio l’allineamento nelle questioni polacche. Rivarola fece numerosi
accenni nei dispacci e nella Relazione finale ai successi della politica
di Caterina II sottolineando la posizione di grande sicurezza nei confronti
delle potenze vicine.
Quadro interno della Russia
Secondo Rivarola la Russia era in una
condizione di grande potenza, grazie anche ad un’ampia base demografica
che le permetteva di mantenere un esercito numeroso e ad una situazione
finanziaria florida dovuta a rendite abbondanti che le permettevano di
non contrarre debiti con l’estero. Le pur mediocri condizioni di
vita della popolazione erano agevolate dal bassissimo prezzo dei generi
di prima necessità il che facilitava anche il mantenimento delle
truppe composte quasi esclusivamente da sudditi della zarina fatta eccezione
per pochi ufficiali stranieri . Il diplomatico genovese guardò con
ammirazione la potenza della flotta da guerra dovuta anch’essa al fatto
di non dover acquistare materie prime all’estero e che a differenza dell’esercito
faceva maggiore ricorso a personale straniero. La monarchia russa aveva
indubbiamente un carattere dispotico e l’adesione della zarina ai principi
dell’Illuminismo aveva per lo più un carattere intellettuale,
infatti rimase in vigore l’istituto della servitù della gleba. Il
commercio tra la Russia e il resto del mondo era assai florido, i partner
più assidui erano gli inglesi ma furono avviati scambi anche con
gli Stati Uniti. Il commercio era comunque in mano soprattutto agli stranieri,
preferendo i russi la sicurezza del commercio interno a eventuali maggiori
utili ma ciò finì per ritardare il progresso della nazione.
La presenza in Russia di molti stranieri era dovuta al bisogno di operai,
ingegneri e
costruttori europei che ponessero le
basi di una trasformazione nell’esercito, nell’economia e nell’amministrazione.
Rivarola fu molto colpito dallo splendore della vita di Corte e dalla personalità
di Caterina di cui provò a tracciare un’immagine privata partendo
dalla morte del generale Lanskoj al quale era legata sentimentalmente,
che causò una certa tensione a Corte dovuta alla scelta di un nuovo
favorito e al ridisegnarsi delle gerarchie interne. Rivarola parlò
anche dell’entourage della zarina, in cui spiccava la figura del principe
Grigorij Potemkin, che rivestì importanti incarichi anche se la
massima autorità dopo l’imperatrice era il vice Cancelliere
Ostermann. Rivarola nella Relazione parlò in termini positivi dell’erede
al trono Paolo anche il giudizio storico su di lui si è poi rivelato
negativo.
Roberto Sinigaglia
Genova e Russia
La missione Rivarola a Pietroburgo
(1783-1785)
(materiale fornito da ENRICO
MERELLO ) |